È un piacere avere con noi gli Oblivion Vortex, band torinese Heavy Doom, che unisce esperienza e freschezza ispirandosi a giganti come Candlemass e Black Sabbath. Parliamo del loro percorso musicale.
Essendo una band di recente formazione ma con musicisti di lunga esperienza, come avete unito le vostre diverse esperienze e visioni musicali per dare vita agli Oblivion Vortex?
(Marco): Il progetto è nato da un’idea di Matteo, il nostro bassista, che ha contattato Claudio, con cui aveva già suonato in un’altra band anni prima, e Claudio ha contattato me che all’epoca non stavo suonando con nessuno. In seguito, dopo qualche mese di ricerche, è entrato Andrea alla voce, che ha consolidato la formazione, ed abbiamo iniziato a lavorare sul materiale inedito che nel frattempo avevamo iniziato a comporre.
Torino ha una scena musicale piuttosto vivace. In che modo la vostra città ha influenzato la vostra musica e la vostra carriera fino ad ora?
(Marco): Premesso che tra di noi c’è chi è stato nella scena torinese per un tempo notevole, è ovvio che, se non di nome, conosciamo almeno di vista la maggior parte dei musicisti che compongono la scena. A parte il fatto che abbiano constatato che a Torino mancava una proposta simile alla nostra, non posso dire che tutto il resto ci abbia influenzato, se non per il fatto di esserci conosciuti noi stessi in città, essere amici anche al di fuori della band, ed il voler suonare insieme in questo progetto avendone avuto solo in questo momento la possibilità.
Come descrivereste la scena Doom Metal in Italia e nel resto del mondo? Quali sono, secondo voi, le opportunità e le sfide per una band come la vostra in questo panorama?
(Andrea): Ci siamo affacciati sulla scena da poco, per cui oggettivamente è presto per stilare un bilancio della scena “da insider”; premesso questo, vedo che l’Italia al momento si sta distinguendo per delle proposte estremamente interessanti, che stanno riscuotendo il meritato successo non solo in madrepatria, ma anche all’estero. Penso ovviamente ai Messa, forse al momento la realtà più lanciata in questo senso, senza nulla voler togliere agli altri colleghi, ma la qualità si può trovare davvero in tutta la penisola, ad esempio in band come i The Ossuary, o i Crimson Dawn, che personalmente apprezzo moltissimo.
Per quanto riguarda il discorso internazionale, non posso parlare con cognizione di causa dell’intera scena, ma la mia impressione è che il Doom, essendo uno dei pochi, se non forse l’unico sottogenere del metal a non avere mai vissuto un periodo di grossa fortuna commerciale, conserva ancora quell’aura di prodotto per veri appassionati, con un fondo di “naif”, detto in maniera non certo dispregiativa, anzi inteso ad indicare una sorta di genuino, puro entusiasmo, che spesso l’esposizione alle masse può avere in parte smorzato in altri generi. Per questo credo che un gruppo old school come il nostro, non solo come età anagrafica media, ma anche come attitudine, possa facilmente entrare in sintonia con questo tipo di ambiente.
Pur ispirandovi a leggende del passato, avete dichiarato di voler offrire una proposta musicale fresca e originale. Come riuscite a bilanciare l’omaggio ai classici con la ricerca di un sound unico e innovativo?
(Marco): Diciamo che probabilmente aiuta il fatto che veniamo tutti e quattro da generi diversi: io arrivo da gruppi in cui ho sempre suonato generi più estremi, principalmente death, death/thrash e anche black metal, Claudio arriva dall’heavy classico/prog heavy metal, Matteo arriva da vari progetti, tra cui un tributo ai Judas Priest, e Andrea spazia dal power metal, con gli Highlord, all’hard rock.
A livello di musica ascoltata le influenze sono ancora più ampie. Tutte queste vengono riversate nei pezzi che scriviamo, cercando comunque di mantenere l’impronta Doom originale con alcuni degli stilemi tipici del genere, facendo attenzione a non cadere nel banale.
(Andrea): Io credo che spesso le risposte si trovino andando a ricercare le soluzioni più semplici. Quando ho iniziato a collaborare con la band, e per farlo ho lavorato moltissimo sul mio approccio alla scrittura dei testi e delle melodie dei cantati, sperimentando soluzioni fino ad allora a me aliene, mi sono reso conto che per offrire un prodotto convincente non sia necessario per forza reinventare la ruota, a livello di composizione o di tecnica. Riducendo tutto ai minimi termini, proponiamo musica che intende conquistare al primo ascolto, nonostante il Doom sia considerato un genere anti-commerciale, e la ricetta per farlo alla fine sono elementi vecchi come la musica stessa, ma sempre efficaci: ritmiche potenti, riff solenni che fanno muovere il culo, e melodie che ti entrano nel cervello e non ne escono più. Questo non è detto per disprezzare chi ha approcci diversi dal nostro, sia chiaro, ma per sottolineare che, in fin dei conti, rifarsi a metodi collaudati non significa assolutamente essere banali o derivativi, tutto sta alla sensibilità dell’artista nel reinterpretare la materia.
Il vostro EP è autoprodotto. Quali sono stati i motivi dietro questa scelta e quali vantaggi o svantaggi avete riscontrato nel gestire autonomamente la produzione del vostro lavoro?
(Marco): Personalmente non ho mai visto svantaggi nell’autoproduzione, a parte quello ovvio dell’addossarsi i costi, ma dubito fortemente che un progetto appena nato, formato da musicisti non professionisti, possa fare diversamente.
Come vantaggi c’è sicuramente il fatto di gestire in autonomia i tempi di realizzazione, in base alle esigenze personali di ogni membro della band, e la scelta dei professionisti a cui affidarsi. Nel nostro caso avevamo già un’idea per la registrazione, grazie a Claudio che ci ha presentato Mattia Stancioiu degli Elnor Studio, con cui aveva lavorato di recente, mentre per la realizzazione delle grafiche ci siamo rivolti a Roberto Toderico, con cui avevo personalmente già lavorato in precedenza.
Non saprei se considerare uno svantaggio la gestione di tutto quello che riguarda la promozione e ladistribuzione, anche su quel versante siamo in totale autonomia con la creazione delle pagine sui vari social e il caricamento dei brani sulle varie piattaforme quali Spotify, Band Camp e YouTube. Ci siamo comunque divisi equamente i compiti anche sotto questo aspetto del lavoro.
Il motivo principale dietro la scelta di registrare un EP di 4 tracce è stato quello di sondare il terreno e capire che riscontro potesse avere la nostra proposta musicale, per cui ci è sembrato più opportuno uscire allo scoperto con un lavoro più breve ma che la riassumesse nella sua completezza.
Avete avuto esperienze live sia in Italia che all’estero. Ci sono stati momenti memorabili che vorreste condividere?
(Andrea): Per ora il nostro debutto dal vivo non è ancora avvenuto, anzi ne approfitto per invitare tutti i lettori di TG Metal il 30 novembre al Blah Blah di Torino, dove avremo l’onore di esibirci per la prima volta aprendo per la storica band degli Ancillotti!
Per il resto, beh, dopo tanti anni di carriera da parte di ognuno di noi, gli aneddoti sarebbero molti, ma preferirei non tirare in ballo band e persone che ora non sono direttamente coinvolte con noi. Però posso dirti come sono stato “selezionato” per il ruolo di vocalist: quando i ragazzi erano ancora alla ricerca di un cantante, per caso Claudio mi ha visto ad una fiera del disco di Torino, dove stavo contrattando ferocemente per l’acquisto di un vinile dei Candlemass: avendomi solo conosciuto per il mio passato power con gli Highlord, la cosa l’ha impressionato al punto da spingerlo a fare il mio nome per il ruolo di vocalist agli altri ragazzi. Che dire: questo episodio mi ha permesso di evitare il colloquio di assunzione, hahaha!
Ci sono piani per un futuro album completo? Potete darci qualche anticipazione su nuovi brani o direzioni sonore che state esplorando?
(Marco): Sicuramente sì per quanto riguarda l’album completo; non sappiamo ancora quando lo pubblicheremo, dato che abbiamo fatto uscire il nostro primo EP da relativamente poco tempo, ma il materiale inedito non ci manca. Di nuovi brani ne abbiamo parecchi, non avendo mai rinunciato alla composizione nemmeno durante le registrazioni dell’EP.
Rispetto ai primi pezzi, che sono stati composti quando ancora non c’era Andrea, diciamo che abbiamo consolidato il nostro stile tenendo conto del suo timbro vocale, e quello che sta uscendo è un sound che, pur restando nell’area del Doom classico, risulta più epico grazie anche alle linee vocali attentamente studiate.
Da cosa avere tratto ispirazione per il vostro EP “Into Oblivion”?
(Marco): Per quanto riguarda la parte strumentale, i pezzi presenti nell’EP sono tra i primi che abbiamo messo su quando ci siamo formati, sia io che Matteo avevamo parecchio materiale messo da parte tra riff e pezzi completi. Abbiamo continuato a comporre anche successivamente, ma nella scelta dei brani da registrare abbiamo dato precedenza a quelli più datati.
(Andrea): Per quanto riguarda la parte lirica, non c’è un vero e proprio filo conduttore ad unire i testi. Ovviamente, visto l’ambito musicale in cui ci muoviamo, i testi non sono generalmente frivoli o spensierati (niente corse nel deserto del Mojave sulle nostre Harley o quest di caccia al drago, insomma), ma mi piace mantenere comunque un’assoluta libertà a livello di argomenti, per cui si può spaziare dall’ambito, per così dire, psicologico di una Call of the Void (il “richiamo del vuoto” è quell’impulso, codificato dalla psicologia moderna, per cui affacciandoci dal balcone ad un piano alto di un palazzo o da una rupe scoscesa, siamo sopraffatti dall’idea di buttarci di sotto, che in realtà non è un impulso suicida, ma una reazione dell’istinto di conservazione del cervello rettiliano), a quello più “fantasy” (definizione da prendere con le pinze) di Only the Dead Will Survive, che descrive l’annichilmento quasi totale dell’umanità da parte di una volutamente non troppo definita creatura in stile “castigo da Antico Testamento”.
Come è stata finora la risposta del pubblico e della critica al vostro EP? Avete ricevuto feedback particolarmente significativi?
(Marco): Per adesso ci riteniamo più che soddisfatti dato che, come detto, ci siamo occupati in autonomia anche della promozione, contando che nessuno di noi può dire di essere un esperto in questo campo. Alcuni dei risultati per noi più significativi sono il riscontro ottenuto con il lyric video della nostra Lingering in Black, che abbiamo pubblicato circa tre mesi fa, e le recensioni più che positive ottenute fin’ora, oltre ai riscontri di pubblico ed addetti ai lavori.
Come vedete il futuro degli Oblivion Vortex? Quali sono i vostri obiettivi a breve e lungo termine come band?
(Marco): Sicuramente ora ci concentreremo sulla data che faremo a novembre al Blah Blah di Torino, che ci darà modo di farci conoscere dal vivo e di rodare la formazione; nel frattempo contiamo di fare ciò che dovrebbe fare una band, continuare a comporre inediti e organizzarci per le registrazioni di un album, oltre a cercare di suonare live quanto più ci è possibile.