Oggi abbiamo il piacere di conoscere meglio i Gates of Chaos, band romana che miscela symphonic metal, thrash e progressive in un mix bello carico, teatrale e personale. Dal 2017 a oggi hanno fatto tanta strada, e ora sono pronti a lasciare il segno con il loro primo disco My War.
Ciao ragazzi e benvenuti!
Come nasce il progetto Gates of Chaos e cosa vi ha spinto a intraprendere questo viaggio nel symphonic metal?
Passione innanzitutto. Tutti noi abbiamo iniziato come musicisti grazie alla passione per il metal sotto varie forme e generi, ed è stato un percorso naturale quello di prendere in mano ognuno il proprio strumento ed approfondire quella passione. I Gates of Chaos sono il connubio di questi interessi comuni, sotto forma di qualcosa che in un certo senso è più grande di noi e che, attraverso i generi che tocchiamo mentre scriviamo le canzoni, ci permette di raccontare la nostra visione del mondo nel modo più autentico possibile.
Qual è stata la scintilla creativa che ha portato alla nascita dei primi brani come Invictus e Ninth Circle of Inferno?
La scintilla è nata principalmente mentre eravamo alla ricerca di quel sound autentico di cui parlavamo prima, suonando, e suonando ancora insieme. È nata nella sperimentazione e si è palesata con l’unione dei puntini: riff che accompagnavano con forza le orchestrazioni, i testi che contestualizzavano l’ambientazione che la musica riusciva ad evocare, e così via.
Il vostro stile fonde symphonic metal con elementi thrash e progressive. Come riuscite a bilanciare queste influenze così diverse?
È un processo continuo. Siamo sicuramente stati fortunati ad incontrarci, poiché condividiamo un’alchimia non indifferente. C’è poi da dire che è grazie alle competenze e capacità di ogni singolo membro se siamo riusciti a bilanciare ogni brano rispetto a ciò che esso voleva trasmettere al pubblico.
Quali sono le band che più hanno influenzato il vostro approccio compositivo?
Principalmente Stratovarius, Metallica, Dream Theater, Nightwish, Epica… e ovviamente, se non si fosse capito, Rhapsody!
A livello puramente compositivo dobbiamo tanto ai lavori di Luca Turilli.
I vostri testi toccano temi come introspezione e forza interiore, con riferimenti alla letteratura. Quali opere o autori vi ispirano di più?
Come riferimenti diretti, come non citare la Divina Commedia di Dante Alighieri o William Ernest Henley, dalla cui omonima poesia è nato il testo di Invictus!
Oltre l’ovvio, per questa prima fase di vita della band, ha rappresentato un punto di riferimento la letteratura ermetica che ci spinge a scavare dentro di noi. Per il futuro, chissà…
“My War” sembra racchiudere un concept preciso. Ce ne potete parlare? Che storia racconta l’album?
L’album racchiude all’interno un percorso di introspezione e di conoscenza personale che, oltre ad avere molte facce, spinge a lottare con sé stessi e le proprie incertezze. Partendo da Invictus, dove il tema centrale è la determinazione di sé, percorriamo un viaggio dove si passa dalla ricerca di una forza interiore (Far Down Below) allo sprofondare nei bassifondi della tua psiche e del tuo ego (in Ninth Circle of Inferno), fino ad una cinica critica di una società sempre più schiava dei propri strumenti tecnologici, che ci allontanano dall’empatia umana e dall’amore (Out of Hell). C’è poi Shallow, che è uno sguardo oltre il percorso, quando sembra che la battaglia sia finita ma ti senti vuoto e privo della spinta che ti porta avanti. E poi c’è la title track dell’album, “My War”, che rappresenta l’intrinseca difficoltà di questo percorso tramite un manifesto di sensibilizzazione nei confronti delle malattie mentali e della più profonda depressione. È una guerra che ognuno di noi combatte dentro di sé ogni giorno, silenziosamente, e che può essere vista come una metafora del Dies Irae, l’apocalisse ed il giorno del giudizio nel quale saremo metaforicamente chiamati a rispondere della nostra vita.
Il concept comprende uno spettro di situazioni che sono comuni all’essere umano. Il tutto si sublima in quello che è un percorso personale, spirituale, dove ognuno vi può trovare il quid che cerca. In questa visione, ci piace pensare che ogni brano può essere interpretato ed adattato alla circostanza che l’ascoltatore vive, così che ogni canzone possa offrire una chiave di lettura individuale e, magari, un nuovo spunto di riflessione.
Cosa vi ha lasciato l’esperienza con band storiche come i Vanexa e i Kaledon sul palco?
Condividere il palco con band di questo calibro per noi è stato innanzitutto un grande onore ed una grande occasione per osservare come si muovono dei professionisti durante uno show: abbiamo “rubato con gli occhi” tutto ciò che potevamo e, per il resto, abbiamo chiesto ed imparato! Lo stimolo che può portarti a dare di più ed infonderti una band che è da venti o trent’anni sul pezzo è sicuramente impagabile!
C’è poi un fattore umano difficile da raccontare che si crea dietro le quinte prima di un concerto, creatosi anche con tutte le altre band che abbiamo conosciuto durante queste occasioni. Abbiamo imparato tantissimo. Da tutti!
Avete appena firmato con Elevate Records. Com’è nata questa collaborazione e cosa vi aspettate da essa?
Abbiamo sentito parlare di Elevate Records tramite colleghi musicisti che ci avevano già lavorato con ottime impressioni. L’etichetta ha sede nella nostra città, e ci è sembrato un passo naturale contattarli per proporre il nostro materiale. È stato un giorno magico, quando siamo stati ricontattati per un incontro, il nostro materiale aveva colpito nel segno!
Cosa ci aspettiamo? Di crescere professionalmente sempre di più grazie al sostegno di Elevate. Siamo convinti che la nostra musica potrà spingersi ancor più lontano e raggiungere più persone: è un nuovo capitolo per noi come band e come musicisti, che continueremo a scrivere con entusiasmo e col supporto di qualcuno che ha creduto in noi e nella nostra musica!
Se poteste scegliere una band internazionale con cui dividere il palco, chi scegliereste e perché?
Per diretta conseguenza delle nostre influenze musicali non possiamo che sperare di condividere il palco ai nostrani Rhapsody, ma saremmo decisamente e comunque onorati di salire sul palco di band che fanno parte del nostro bagaglio culturale come Stratovarius, Nightwish, Epica, e Symphony X.
Quali sono i vostri obiettivi per il futuro?
Bella domanda! Sicuramente, a breve termine, vogliamo suonare live e far conoscere il nostro lavoro a quante più persone possibili. Inizieremo il 18 Maggio, con il release party di My War in occasione del concerto dei Vicious Rumors al Pianeta Sonoro di Roma, dove speriamo di vedervi numerosi e dove eseguiremo tutto il disco dal vivo. Poi ci concentreremo sulla promozione del nuovo materiale, ci saranno delle chicche che non dovrete perdervi, per questo vi invitiamo come al solito a seguirci e supportarci per aiutarci a crescere sempre di più!
A lungo termine, beh, siamo divorati dalla voglia di ricominciare a lavorare in studio su nuovo materiale. Negli ultimi mesi, mentre portavamo a compimento questo lavoro, sono nati nuovi spunti e altri concept che non vediamo l’ora di esplorare. Ci sono già molti nuovi pezzi in cantiere a cui vogliamo dedicare la giusta attenzione. E poi, se sognare ci è concesso, siamo tutti concordi nel dire che un giorno ci piacerebbe calcare il palco del Wacken Open Air festival…