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Intervista a Dramanduhr  

Il nome “Dramanduhr” ha un suono arcano, evocativo. Da dove nasce e che significato ha per te?

Dramanduhr è un nome che mi è arrivato più che inventato, come se fosse già scritto da qualche parte e aspettasse solo di essere pronunciato. Ha un suono antico, mitico, fuori dal tempo. Dentro porta l’eco del dramma, della trasformazione, e forse anche del tempo stesso “uhr” in tedesco significa “orologio”, orario e questa coincidenza mi ha colpito profondamente. Ogni volta che lo pronuncio, sento di evocare una parte di me che era nascosta, ma pronta a emergere. Ho deciso di cercare un nome per il progetto solo dopo aver scritto i primi tre brani di Tramohr. In quel momento ho capito che stavo costruendo qualcosa che non poteva restare semplicemente “io”, ma aveva bisogno di un’identità autonoma, misteriosa, che parlasse già da sé. Così, una notte, ho iniziato a giocare con suoni e sillabe ad alta voce, dram, drum, dur… Cercavo una combinazione che fosse ritmica, viscerale, quasi onomatopeica. A un certo punto, la parola è apparsa: Dramanduhr. L’ho vista scritta nella mente. E ho capito che era lei.

Definisci Dramanduhr come un progetto “iniziatico, esoterico e mediterraneo”. In che modo questi elementi si manifestano nella tua musica?

È un progetto iniziatico perché nasce da un’esperienza simbolica: la rottura di un calice, il 25 dicembre. Una data già di per sé carica di significato archetipico, che parla di nascita, soglia, incarnazione. Non che Dramanduhr si collochi nel solco della tradizione cristiana catechistica tutt’altro ma quella frattura mi ha aperto un varco interiore. È stato come se un portale si fosse spalancato dentro di me, dando inizio a un percorso di trasformazione che ancora oggi continua. Dramanduhr è anche profondamente mediterraneo. Affonda le radici in un Sud mitico, arcaico, dove il sacro e il profano si fondono: la Sicilia, la Grecia (terra dei miei avi), l’Andalusia, il Portogallo… sono luoghi intrisi di religiosità popolare, superstizione, paganesimo sopravvissuto nei riti e nei simboli. E tutto questo entra nella mia musica. Non mi definisco una persona religiosa in senso stretto, ma sono profondamente attratto dalle processioni, dai totem tribali della nostra cultura le statue dei santi portate in spalla, i suonatori, gli urlatori, i fedeli che fanno i voti… È un teatro sacro, una liturgia collettiva che ha qualcosa di ancestrale. Lì si muove qualcosa di potente, che supera le parole e affonda nella carne e nello spirito. Infine, è un progetto esoterico, perché lavora sul simbolo, sul mistero, su ciò che si percepisce ma non si spiega. Il linguaggio stesso che uso il Dahrmonium, nasce dalla glossolalia, dalla trance, e agisce come un canto sciamanico: non dice, ma evoca. La mia musica vuole essere proprio questo: un rito sonoro, un viaggio interiore che non ti accompagna, ma ti sfida.

Tramohr e Vertuhn sono i primi due capitoli del tuo percorso. Qual è il filo conduttore che li unisce?

Sono i primi due movimenti di quella che io definisco come la “Trilogia del Vulcano”. Tramohr rappresenta la nascita, il fuoco, l’impeto: la lava che emerge, il battesimo sonoro. Vertuhn è invece il ritiro, l’inverno, la notte interiore. Il suono si fa più scuro, stratificato, denso. In entrambi c’è il passaggio attraverso qualcosa di primordiale, qualcosa che trasforma. Il filo conduttore è il rito: ogni brano è un frammento di un rito sonoro che cerca di trasportarti oltre il visibile. 

Hai accennato a una “Trilogia del Vulcano”. Puoi anticiparci qualcosa sul terzo e ultimo capitolo?

Quando ho concepito Dramanduhr, ho avuto una visione molto chiara: tre album, ciascuno composto da dieci tracce. Trenta brani in totale, come una sorta di cifra rituale, simbolica. Il numero tre, che attraversa religioni, miti e geometrie sacre, è da sempre associato alla perfezione, all’equilibrio tra nascita, vita e morte. E questa trilogia è proprio questo: un arco completo, un ciclo iniziatico. Il terzo capitolo sarà la conclusione di questo percorso e, in un certo senso, il mio testamento sonoro. Le sue fondamenta ci sono già: ho molto materiale pronto e, ogni volta che lo ascolto, sento che sta nascendo qualcosa di ancora più profondo, pur restando fedelissimo all’identità di Dramanduhr. Il difficile, ma anche l’essenziale, è evolversi restando sé stessi. Non voglio ripetermi né tradirmi. Voglio che ogni capitolo aggiunga una nuova dimensione, che scavi più a fondo nella stessa roccia. Se Tramohr era la soglia, il primo fuoco, e Vertuhn la discesa nell’inverno interiore, allora il terzo album sarà ciò che emerge: la lava che si è fatta pietra, il momento in cui l’eruzione si è compiuta e rimane solo ciò che resiste. Una fine, forse. Ma anche un monumento.

Tutti i tuoi testi sono scritti in Dahrmonium, una lingua inventata. Com’è nata e che ruolo ha nel tuo modo di comunicare?

Il Dahrmonium è nato in modo spontaneo, quasi medianico. La prima volta che improvvisai dei suoni su Ixaltirud, ebbi una sensazione fortissima: era come se stessi liberando qualcosa che era rimasto bloccato dentro di me per anni. Quei suoni non erano parole, ma sembravano contenere un significato più profondo, ancestrale. Mi sentivo come se stessi parlando la lingua di Dio, o dell’Universo. So che può sembrare un’affermazione presuntuosa, e non voglio apparire arrogante, ma davvero in quel momento provai una sorta di estasi interiore. Cantare in glossolalia cioè in una lingua che non esiste, ma che nasce spontaneamente da dentro aveva fin da subito per me questo senso di contatto con qualcosa di più grande. Non parlavo a un mio simile, non stavo comunicando con qualcuno di concreto: stavo rivolgendo la mia voce auna dimensione altra. Che la si voglia chiamare Dio, Universo, spirito, coscienza cosmica… poco importa. È la sensazione di un ponte aperto verso l’invisibile. Nel tempo, quel linguaggio si è strutturato in quella che oggi chiamo Dahrmonium: una lingua che non dice, ma lascia immaginare. Non nasce dalla logica, ma da uno stato alterato di coscienza. Non informa, ma trasforma. È fortemente influenzata da sonorità greche, arabe, latine, siciliane, idiomi che porto nel mio sangue e nel mio paesaggio interiore. Una parola entra nel Dahrmonium se ha vibrazione, musicalità e potenza emotiva. Se richiama un’eco dimenticata. Sento spesso che l’arte oggi è appesantita da un eccesso di razionalizzazione. Gli artisti usano la musica per raccontare sé stessi, i propri dolori, le relazioni, o per ribellarsi a un sistema. È tutto legittimo, e a volte necessario. Ma a forza di raccontare vicende umane, si rischia di girare sempre intorno agli stessi temi. La musica diventa cronaca o romanzo, e perde il suo potere simbolico. Io credo, invece, che la musica possa andare oltre. Può diventare rito. Può parlare direttamente al corpo e allo spirito, senza passare dal pensiero. Può aprire portali. E quando scrivo in Dahrmonium, sento che sto facendo proprio questo: non comunicare qualcosa, ma evocare qualcuno o qualcosa che ci abita da sempre, e che aspetta solo di essere risvegliato.

La tua musica fonde elementi molto diversi: metal nordico, flamenco, musica araba, folk siciliano… Come riesci a mantenere tutto questo coerente in un’unica visione sonora?

Non cerco di tenere tutto “sotto controllo”. Lascio che le influenze si mescolino, si parlino tra loro. La coerenza non viene dallo stile, ma dall’intento. Tutto nasce da una visione rituale: non importa se entra un riff di chitarra o una melodia andalusa, l’importante è che serva il rito. Il mio obiettivo è creare un paesaggio sonoro dove tutto sembri naturale, anche ciò che in apparenza è contrastante.

Se dovessi portare Dramanduhr dal vivo, come lo immagini? Un concerto, una performance, o qualcosa di completamente diverso?

Se mai dovessi portare Dramanduhr dal vivo, non sarebbe un semplice concerto, ma qualcosa di più vicino a una tragedia greca o a un rito iniziatico. Me lo immagino come un’esperienza totalizzante, in cui pubblico e performer non sono separati da un palco, ma partecipano insieme a un’unica cerimonia sonora. Vedo i partecipanti come pellegrini invasati dall’entità, che percuotono grandi tamburi per sprigionare energia, che danzano, che urlano, che mettono in scena elementi orgiastici per liberare l’energia primordiale quella che Wilhelm Reich, allievo ribelle di Freud, chiamava Orgone: una forza vitale che attraverserebbe ogni essere vivente ma che verrebbe repressa dalla razionalità e dai codici sociali. Il mio sogno sarebbe un evento collettivo, rituale, quasi sciamanico, dove nessuno è spettatore ma tutti sono evocatori. Niente smartphone, niente chiacchiere: solovibrazione, buio, luci di fuoco e onde sonore che attraversano il corpo. E se dovessi immaginare una location perfetta, direi senza esitazione il Teatro Greco di Siracusa o quello di Taormina. Tuttavia, anche le pendici del nostro imponente vulcano Etna sarebbero un posto ideale, soprattutto se ci fosse davvero un’eruzione in corso osservabile in lontananza. Luoghi carichi di memoria ancestrale, di mito e pietra viva. Luoghi dove la voce può ancora risuonare come un’eco dell’antico.

Nonostante l’assenza di promozione mainstream, la critica ha accolto Dramanduhr con attenzione e rispetto. Come vivi questo riconoscimento?

Con stupore e gratitudine immensi. Dramanduhr è nato come un esperimento, quasi un atto privato. All’inizio volevo che restasse così: qualcosa di mio, senza troppe pretese, un viaggio interiore senza spettatori. Ma le persone intorno a me, soprattutto chi conosce davvero il metal, mi dicevano che c’era qualcosa di valido, che forse avevo intercettato un linguaggio nuovo, non riducibile a un semplice passatempo. Oggi vedo che il progetto genera curiosità, suscita reazioni, e anche se per alcuni può risultare ostico o fuori dagli schemi, ciò che conta è che vi ve, respira, si muove. Lentamente, ma con una sua forza sotterranea. Quando arrivano recensioni attente, o quando un’intervista coglie l’essenza di quello che ho cercato di evocare, mi dico: wow… Chi l’avrebbe mai detto? E mi capita spesso di sorridere da solo e pensare: ma che ci faccio io nel mondo del metal, se ancora oggi quando guido, spesso mi ascolto i Beatles? 
Non ho mai cercato visibilità a tutti i costi, ma so bene quanto sia difficile, oggi, ottenere attenzione con un progetto così atipico, che non segue le mode né si piega ai formati. Eppure, quando qualcuno entra davvero in risonanza con ciò che ho scritto, quando sento che il messaggio ha viaggiato da me a un altro essere umano… è come se la mia solitudine creativa, improvvisamente, ricevesse una risposta. Ed è questo, forse, il dono più grande.

Vertuhn è disponibile su Spotify e Bandcamp. In che modo preferisci che il pubblico entri in contatto con il tuo mondo?

Bandcamp è senza dubbio la mia “bottega d’artista”: lì l’album può essere acquistato, scaricato, ascoltato con calma; c’è anche la versione fisica in CD, pensata per chi ama ancora avere un oggetto tra le mani, leggere i titoli, sfiorare la copertina. Bandcamp ti permette anche di entrare in contatto diretto con chi ascolta. È un luogo intimo, una casa. Spotify, YouTube Music e gli altri store digitali sono ovviamente più diffusi e immediati, e va benissimo anche quello. Mi sono rassegnato al fatto che oggi la musica si ottiene con un click. È tutto così maledettamente facile, così liquido, così gratuito, che spesso ci si dimentica del valore di ciò che si sta ricevendo. Oggi comprare un disco è diventataun’offerta simbolica, un gesto facoltativo. Non è più necessario comprarlo per ascoltarlo. E queste sono ormai le regole del mercato da almeno vent’anni. Ma se posso dare un consiglio, è questo: prendetevi il tempo. Dramanduhr non è pensato per un ascolto distratto. Non è una playlist da sottofondo. Mettetevi le cuffie. Spegnete le luci. Chiudete gli occhi e lasciatevi trasportare dal flusso.

In un’epoca musicale sempre più rapida e superficiale, tu scegli un linguaggio profondo, simbolico e poetico. Quanto conta oggi “resistere” con l’arte?

Resistere è fondamentale finché te lo puoi permettere. Essere liberi oggi significa essere indipendenti, e l’indipendenza spesso coincide con il rimanere nel semi-anonimato. Ma è proprio lì che accade la magia: quando sei piccolo e sconosciuto, non hai nulla da perdere e nessuno da compiacere. Sei libero di creare senza filtri, senza aspettative. È in quella zona d’ombra che l’arte respira. D’altra parte, la storia della musica è piena di esempi in cui il successo ha obbligato gli artisti a razionalizzare la propria espressione, a renderla prodotto. Eppure ammiro profondamente chi riesce a mantenere la libertà anche dentro la fama: sono rari, ma esistono. Viviamo in un’epoca in cui tutto dev’essere veloce, accessibile, semplificato. Ma l’arte vera è l’opposto: è lentezza, mistero, stratificazione. Non vuole spiegare ma vuole solo emozionare. Io voglio fare musica che duri, che scavi, che lasci un segno nel tempo. Forse non arriverà a molti. Ma se anche una sola persona si sentirà toccata nel profondo, allora avrò fatto qualcosa che vale davvero.

Cosa vorresti che restasse dentro chi ascolta Dramanduhr per la prima volta?

Vorrei che restasse un senso di stupore. Non tanto nel senso spettacolare del termine, ma come una fessura interiore che si apre, anche solo per un istante. Quel momento in cui senti qualcosa che non sai spiegare, ma che ti smuove, come se ti fossi imbattuto in una lingua antica che, pur non comprendendola, riconosci in qualche modo. Non m’interessa che chi ascolta capisca tutto. Non c’è nulla da capire, semmai c’è da lasciarsi attraversare. Vorrei che restasse la sensazione di essere entrati in un altro tempo, in un altro spazio. Che ci si sentisse, anche solo per un brano, come in un sogno lucido, o in un rituale di passaggio. Grazie per lo spazio che mi è stato dedicato e per l’interesse sincero.

Un caro saluto a tutti i lettori e agli ascoltatori: che possiate sempre riconoscere la vostra fiamma, anche nell’oscurità.

Stefano Elìamo / Dramanduhr