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Intervista a Kamallhows

Partiamo dalle origini: come nasce il progetto Kamallhows? Quali erano le vostre intenzioni iniziali e come si sono evolute nel tempo?

Le intenzioni iniziali erano quelle di mettere su una band squisitamente Irish Punk e con una struttura di testi abbastanza seria.

Con l’uscita dal gruppo del nostro primo “cantante” (definito da noi amichevolmente “Il Capitano” per via della barba da vecchio lupo di mare) ci siamo accorti di avere un senso dell’umorismo molto particolare condito con il gusto dell’orrido e il progetto Kamallhows ha preso forma.

Il vostro incontro musicale è avvenuto nel 2020, un momento storico particolare. Quanto ha influito la pandemia sulla vostra visione artistica e sul modo di creare?

Durante la pandemia la stragrande maggioranza di persone si è dedicata all’infornare pizze, noi abbiamo sfornato musica demenziale.

Chiaramente la pandemia ci ha lasciato grande tempo libero per poter comporre e scrivere testi ma è altresì vero che il poco tempo a disposizione per trovarsi tutti insieme ha inevitabilmente rallentato il processo creativo.

Siete cinque musicisti molto diversi tra loro: che ruolo ha la vostra diversità nel sound che proponete? E quanto conta l’equilibrio tra le vostre influenze personali?

Arriviamo tutti quanti più o meno da “carriere” musicali e generi differenti.

Il nostro batterista Moorg è un vecchio punkettone di altri tempi, il cantante Rob vanta un’esperienza in diversi gruppi tra il punk ed il metal, Monty come bassista ha un background Blues ed Alternative, Dave l’altro chitarrista arriva da parecchie jam session punk nei caruggi di Genova, mentre il nostro Tia cornamusaio / pifferaio (si, non cornamusista) nonostante ascolti prevalentemente metal si porta dietro un gran bagaglio folk ed irish e dà il kick che altrimenti ci mancherebbe (altrimenti non avremmo suonato irish-punk).

Il mix di generi è sicuramente ben assortito, ed ognuno riesce ad infilare le proprie influenze all’interno dei pezzi.

Il vostro stile è stato definito Volg-Irish Punk, ma dietro questa definizione c’è sicuramente molto di più. Come descrivereste voi, in modo più profondo, la vostra identità musicale?

Probabilmente è la domanda più semplice dell’intervista, Volg-Irish Punk perché è Irish Punk con testi demenziali e ogni tanto pure volgari.

È un sotto genere con cui abbiamo pensato di identificarci in una fredda e uggiosa serata in saletta prove nel lontano 2022, anche e soprattutto per non fare nessun torto a chi suona dell’Irish Punk “serio”.

I riferimenti a band come Dropkick Murphys e The Real McKenzies sono evidenti, ma quali sono le altre influenze anche non necessariamente punk o irish che hanno contribuito al vostro percorso?

Ci siamo ispirati principalmente ai vecchi gruppi Punk (Derozer, Social Distortion) “scimmiottando” il loro sound, ma ultimamente stiamo strizzando l’occhiolino anche all’hard rock degli AC/DC e anche dei suoni più Metal, specialmente per alcuni breakdown degli ultimi pezzi scritti.

Nell’EP Kamallhows affrontate temi personali, esperienze di vita, relazioni e momenti generazionali. Quanto c’è di autobiografico nei testi?

Molto, ovviamente opportunamente esagerate per strappare qualche risata.

Basti pensare che durante le live facciamo una sorta di gioco con il pubblico che ci ascolta, ovvero indovinare a quale membro della band “appartiene” la canzone eseguita.

Nessuno è ancora riuscito ad indovinare a quale di noi appartiene ogni canzone, ma è solamente questione di tempo.

“Xmas Card” e “Tinder Sorpresa” raccontano episodi diversi ma molto diretti. Come nasce un vostro brano, a livello sia musicale che lirico?

Principalmente è il buon vecchio Rob che cura la composizione e la scrittura dei testi, questi sono poi ampiamente revisionati e criticati dai quattro rimanenti membri in saletta prove.

La maggior parte delle canzoni parte del ritornello per poi sviluppare di conseguenza la rimanente parte del testo e la composizione musicale.

Come capita spesso a molte band, da un giro di power chord nascono la maggior parte delle canzoni e tutto il resto è messa a punto.

Che significato ha per voi questo primo EP? È un punto di partenza, una dichiarazione d’intenti, o un archivio delle vostre prime energie artistiche?

Un insieme delle tre cose.

Un buon punto di partenza poiché l’EP è completamente autoprodotto, una dichiarazione d’intenti visto che i testi che esprimiamo non sono sicuramente ascoltabili dai più sensibili, ma anche un archivio delle nostre prime fatiche musicali in questo genere.

Tutto è convogliato nel far emergere subito al primo ascolto chi siamo e cosa facciamo in modo chiaro, conciso e senza ipocrisia.

I vostri strumenti comprendono anche elementi tradizionali come cornamusa e flauto. Come si è integrato questo aspetto nella vostra visione musicale?

Avendo scelto di fare Irish-Punk, Whistle e Cornamusa sono strumenti abbastanza obbligatori per aver un sound coerente con il genere.

Tutti i pezzi sono scritti in funzione di questi due strumenti con l’intento di esaltarli al punto giusto.

Questo incide ovviamente sulle tonalità obbligatorie che devono essere tenute nella composizione, la sfida è ricercare melodie diverse per non far “suonare” tutti i pezzi allo stesso modo. (Non siamo Ligabue).

Avete già avuto esperienze live? Se sì, che tipo di risposta avete ricevuto dal pubblico e cosa rappresenta per voi il palco?

Si e i riscontri sono stati diversi.

Per fortuna il più delle volte il pubblico si è dimostrato più che partecipe ed ha accettato con gioia la nostra ignoranza, talvolta anche con molto trasporto e con qualche invasione di palco (ben accetta).

 Ovviamente ci si può ritrovare con un pubblico tristemente freddo che fa fatica ad inquadrare la nostra band, complice magari una serata non particolarmente in tema con le nostre canzoni.

Probabilmente nel nostro sotto genere c’è ancora chi deve accettare il patto narrativo di un gruppo non politicamente schierato nel macro genere del Punk dove notoriamente la politica ha un ruolo predominante.

Quello che ci auguriamo durante tutti i nostri live è di non prenderci e non prendersi sul serio e farsi una sana risata.

Il palco è il nostro modo per poter portare un po’ di buon umore e scanzonatezza in questo periodo non proprio felice, come direbbe un mentore delle nostre canzoni: “se n’i mondo ci fosse un po’ di bene ed ognuno si considerasse suo fratello, ci sarebbe meno pensieri e meno pene ed il mondo sarebbe assai più bello”.