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Intervista a DEFBIT

I DEFBIT nascono nel 2024 dall’unione di sei percorsi diversi della scena friulana. Com’è nato tutto e quando avete capito che non sarebbe stato solo un progetto parallelo, ma qualcosa di più serio e strutturato?

La storia dei DEFBIT nasce da un incrocio tra casualità e necessità personale. Dopo anni di inattività dovuti alla più grande gioia della mia vita—l’arrivo di mio figlio—ho sentito il bisogno di ritornare a fare musica. Ho contattato Boris, il batterista, mio ex collega, e da lì è iniziato un lungo processo di ricerca durato più di un anno tra passaparola, gruppi Facebook e comunità musicali. Così abbiamo completato la line-up con Daniel e Daniele alle chitarre, Fabrizio alle tastiere e Tommaso C. al basso.
Quello che voglio sottolineare è che DEFBIT non è solo una band, ma una vera crew a tutto tondo: accanto a noi musicisti, Federico gestisce tutta la parte grafica e visiva—aspetto che tengo particolarmente a cuore perché è un amico d’infanzia, ci conosciamo dai tempi dell’asilo—e Nicola che coordina l’organizzazione generale e ci dà una mano su tutto.

Inizialmente pensavamo a un progetto da internet band, e infatti gran parte della composizione è avvenuta in remoto. Ma in questi due anni abbiamo sviluppato un ambiente straordinariamente sano e produttivo. Tra di noi si sta creando una vera amicizia, anche per chi non si conosceva prima. Certo, ognuno ha altri progetti musicali a cui dedica tutte le energie necessarie, ma DEFBIT richiede un impegno mentale e temporale significativo da parte di tutti. Non è un semplice passatempo parallelo: è qualcosa di serio e strutturato.

Avete definito il vostro suono come RITVALCORE. Da dove nasce questo termine e quanto era importante per voi dare un nome preciso a quello che stavate creando?

La ricerca del nostro suono è stata organica e illuminante. All’inizio il riferimento era il deathcore/metalcore misto rap nello stile di band come DVSR e Hacktivist, ma mentre sviluppavamo i brani, la musica ha preso una strada completamente propria e personale. Abbiamo cercato band che facessero qualcosa di simile, ma non abbiamo trovato nulla di veramente identico. Da qui la decisione consapevole di dare un nome unico a ciò che stavamo creando: RITVALCORE.

Questo termine, secondo me, comunica immediatamente che cosa aspettarsi quando ci ascoltate: la base death/metalcore è evidente sia nelle strumentali che negli scream di Daniele, ma la particolarità che ci distingue è il mio parlato—una voce narrante che aggiunge un layer di originalità. In questo album abbiamo integrato massicciamente orchestrazioni, elementi elettronici e synth elaborati (il lavoro del tastierista Fabrizio sulle basi è incredibile). Guardando al futuro, vogliamo mantenere questa direzione ibridando ulteriormente il metal con influenze più spiccatamente elettroniche.

Nel vostro sound ci sono metriche serrate, parti parlate, breakdown, urla e anche incastri rap, il tutto in italiano. È una cosa che vi è venuta naturale o è stata una scelta precisa per distinguervi nella scena?

Lo stile vocale è stata probabilmente la sfida più grande del progetto: nella mia esperienza precedente con altre band, ho sempre cantato facendo solamente scream e growl—un territorio vocale già consolidato per me. Qui per la prima volta mi sono spinto verso parti parlate con cadenze quasi rap, e onestamente è stato durissimo, soprattutto nella fase di acrittura dei testi e delle metriche.
Trovare una quadra che mi piacesse e che suonasse naturale con la musica ha richiesto un lavoro intenso.
Aggiungo un altro elemento nuovo: canto anche in pulito in questa band. È la prima volta che affronto questo con una formazione. Tutto considerato, il risultato mi piace davvero—è un lavoro di cui siamo collettivamente molto soddisfatti. La parte strumentale è venuta più naturalmente, non è stata una scelta forzata per distinguerci. È emerso organicamente dal modo in cui stavamo scrivendo.

Nei vostri testi tornano spesso simboli, mito e ritualità. È qualcosa che vi appartiene anche fuori dalla musica o è un linguaggio che avete scelto apposta per raccontare questo progetto?

La domanda tocca qualcosa di importante. Come molti musicisti, viviamo vite ordinarie: siamo lavoratori, alcuni con famiglia, sarebbe ipocrita far credere il contrario. Per me, la vera magia è saper riconoscere simboli, mito e ritualità nella quotidianità—nei segnali positivi e, soprattutto, in quelli negativi che il mondo ci invia ogni giorno.
Viviamo in un periodo dove i segnali negativi abbondano, e trovare il positivo è veramente difficile. Eppure io rimango profondamente ottimista e credo sempre che possiamo evolvere verso il meglio. Il Culto della Luna Nera racchiude esattamente questa filosofia: è il racconto di un culto che, attraverso sei storie, documenta gli errori dell’umanità—passati e presenti—per evitare che vengano ripetuti. Non è così diverso dall’obiettivo dello studio della storia e della geopolitica: comprendere il passato per non condannare il futuro a ripeterlo.

“Il Culto della Luna Nera” è un album concept diviso in 7 capitoli. Che tipo di viaggio avete costruito e quanto sono collegate tra loro le storie che raccontate?

L’album è organizzato come un vero concept in sette atti. Il primo—il capitolo d’apertura—introduce il culto stesso e il suo proposito. I sei capitoli successivi sono storie autonome, ambientate in mondi e epoche diverse, dove narriamo errori ricorrenti dell’umanità attraverso metafore. L’obiettivo è sempre lo stesso: raccontare per insegnare, insegnare per non ripetere.
Un elemento che voglio evidenziare: tutte e sei le storie ruotano attorno alla figura femminile, quella che consente all’umanità di perpetuarsi e progredire. Per questo motivo, i sei brani narrativi portano ognuno il nome di una donna: Medea, Lilith, Lyra, Ishtar, Ada e Miranda. Ogni nome, ogni storia, rappresenta una dimensione diversa della forza e della fragilità umana.

Avete scelto una strategia molto chiara: un singolo al mese, ognuno con il proprio videoclip. Quanto è stato complesso organizzare tutto questo e quanto conta per voi la parte visiva nel racconto del progetto?

La nostra strategia di rilascio—un singolo al mese accompagnato dal suo videoclip—nasce dalla volontà di proporre i contenuti con precisione chirurgica, dando a ogni brano il valore e l’attenzione che merita. Organizzativamente? È stata una follia, e lo è ancora oggi: incastrare i nostri lavori principali, i nostri altri impegni artistici e la produzione di tutti i contenuti visivi richiede un coordinamento quasi militare.
La parte grafica per noi è non negoziabile. Federico, pur non suonando, è un membro pienamente integrato nella band proprio per questo: gestisce l’intera dimensione estetica e visuale del progetto con cura maniacale. Chiunque voglia scoprire altri suoi lavori dovrebbe visitare il suo profilo Instagram: @cet.graphics.

“Medea” è il primo singolo e apre ufficialmente il mondo DEFBIT. Perché avete scelto proprio questo brano per iniziare e che ruolo ha all’interno dell’album?

“Medea” offre una panoramica fedele di chi siamo e cosa rappresentiamo come progetto. È il nostro biglietto da visita sonoro. Senza spoilerare l’album, vi anticiperò che accanto alla spina dorsale RITVALCORE esiste anche una canzone di taglio rock-pop totalmente fuori genere, e altri momenti dove le altre tracce prendono piega inaspettate. L’album non è monolitico—è un viaggio con sorprese che non vediamo l’ora di condividere.

La produzione del disco è firmata da Fabrizio Gesuato al Fiery Water Recording Studio. Com’è stato lavorare in studio con lui e cosa pensate abbia aggiunto al vostro suono?

Conosco Fabrizio da una vita—da quindici anni produce i brani delle mie band precedenti. Per questo progetto, l’ho praticamente obbligato a dire di sì (ridendo). A ottobre 2025 ci siamo spostati da Udine ad Alessandria, nello studio del Fiery Water Recording Studio, per il lavoro di produzione.
Lavorare con lui è fantastico: capisce istintivamente le esigenze della band—aiuta che sia anche lui un chitarrista metal—e soprattutto ha avuto il coraggio di dirci “no” quando le idee diventavano troppo complesse o avrebbero compromesso il risultato finale, una qualità rara. A livello umano, è una persona splendida con cui condividere sia tempo che visione. La sua pazienza nei confronti di tutte le nostre richieste è stata semplicemente assurda. Senza Fabrizio, questa “firma sonora” che rappresenta il nostro sound non sarebbe mai emersa.

Il debutto live è fissato per il 20 marzo 2026 a Udine. Cosa deve aspettarsi chi verrà a vedervi dal vivo e quanto l’idea di ritualità entrerà anche sul palco?

Il nostro primo concerto “ufficiale” è fissato per il 20 marzo 2026 a Pradamano, comune limitrofo a Udine, la nostra casa. Condivideremo il palco con due band locali e un collettivo di rapper della zona, creando una serata che mescola metal e hip-hop in una sinergia che già promette di essere interessante.
Stiamo preparando lo spettacolo in modo che durante la nostra performance ci siano momenti che incarnino il concetto di rituale ed elementi sonori che trasportino il pubblico dentro il nostro mondo. Non vediamo l’ora di testarla dal vivo.

Guardando oltre l’uscita dell’album ad agosto 2026, come vedete l’evoluzione dei DEFBIT: più focalizzati sul concept o pronti a spingervi ancora oltre anche a livello sonoro?

Bella domanda, a cui voglio dare una risposta onesta: non abbiamo idea di dove andremo!
Il genere che stiamo esplorando ci entusiasma molto, ma la direzione musicale futura è ancora aperta. Come sempre, faremo quello che ci piace e quello che sentiamo autentico da comunicare a chi ci ascolta.
Intanto, invito chiunque a seguire i nostri sette singoli già in cantiere fino a luglio. Dopodichè, vedremo. Nel frattempo, punteremo a suonare sempre di più in giro per il nostro Paese, portando il messaggio dei DEFBIT a chi ha voglia di ascoltare.

Grazie Ammy e tutto il team di TGmetal per questa opportunità e per lo spazio che ci avete dedicato! 

Grazie a voi ragazzi!