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Intervista a Adeline Gray

Partiamo dal nome. Adeline Gray non è una scelta casuale. Ci raccontate come nasce questo nome e perché per voi riesce a rappresentare così bene il dualismo della vostra musica?

La scelta del nome vuole essere una sintesi di come vorremmo apparire musicalmente. Abbiamo deciso di portare, attraverso i nostri brani, emozioni contrastanti e questo dualismo fra luci ed ombre. Pertanto, ci siamo basati sul concetto di Arte di Renè Magritte, ricca di mistero e priva di risposte definitive, ed in particolar modo, la triste storia di “Adeline”, madre di Magritte, ha ispirato la prima parte del nome della band. Poi abbiamo Oscar Wilde, con il suo tragico Dorian Gray. Un personaggio che incarna fascino, grazia e bellezza, ma nasconde anche un lato oscuro, malinconico e doloroso. Perciò la scelta di chiamarci Adeline Gray ci sembra suggerire o alludere al meglio a questo dualismo.

René Magritte e Oscar Wilde non sono riferimenti comuni per una band alternative Groove metal. In che modo arte e letteratura hanno influenzato il vostro modo di scrivere musica e testi?

Tentiamo sempre di fare in modo che musica e testo seguano un determinato filo logico ed emotivo, sicuramente arte e letteratura possono stimolarci, ma qualsiasi sia il tipo di ispirazione, cerchiamo sempre di ricondurla ad emozione. Le emozioni sono il fulcro di ciò di cui parliamo nei testi e possono scaturire da varie fonti.

Nei vostri brani emerge chiaramente la volontà di non dare risposte definitive, ma di lasciare spazio all’interpretazione personale di chi ascolta. Quanto è importante per voi questo dialogo silenzioso con il pubblico?

Crediamo che sia molto importante riuscire a far immedesimare i nostri ascoltatori. Così come Magritte, che celava l’identità nei soggetti delle sue opere, stimolando l’immaginazione dello spettatore, noi, volutamente, cerchiamo di lasciare lo spazio per dare una personale interpretazione ai nostri brani. Non abbiamo risposte definitive o preconfezionate, quindi preferiremmo che l’ascoltatore associ i nostri brani al proprio vissuto, creando una sorta di attaccamento unico ed estremamente personale.

La figura di Dorian Gray incarna bellezza, fascino, ma anche dolore e oscurità. Come convivono queste due anime all’interno delle vostre canzoni, sia a livello musicale che emotivo?

Come abbiamo già detto in precedenza, partiamo sempre dall’esigenza di intrecciare musica e parole in un unico respiro. Per noi suono e significato non viaggiano mai su binari separati: quando il testo si tinge di rabbia e inquietudine, l’arrangiamento si fa ruvido, tagliente, quasi viscerale; quando invece affiorano spiragli di speranza e desiderio di rinascita, le sonorità si raccolgono, diventano più intime, avvolgenti e melodiche. È inquesto dialogo continuo tra luce e ombra, tra impeto e delicatezza, che troviamo il nostro centro di gravità: un equilibrio instabile che forma i nostri brani.

Il vostro sound alterna parti melodiche e introspettive a momenti più ruvidi, violenti e diretti. Questo equilibrio nasce in modo spontaneo o è il risultato di un lavoro consapevole in sala prove?

È il risultato di entrambi i fattori. Spendiamo molto tempo sulla composizione, non sempre risulta semplice o spontanea. Talvolta, mentre suoniamo il pezzo, sentiamo l’esigenza di allentare la tensione e rallentare oppure, viceversa, di scuotere con aggressività. Il tutto può avvenire in modo programmato e calcolato, per mantenere allineamento a delle parti già definite, oppure può accadere in modo istintivo. È tutto molto relativo a come sentiamo progredire il brano durante la composizione, ma sempre cercando di allontanare le forzature stilistiche.

“Portrait Of Our Descent” è il vostro primo EP e già dal titolo parla di una discesa, ma anche di una possibile risalita. Quanto di questo lavoro è autobiografico e quanto invece è una riflessione più universale sull’animo umano?

Possiamo affermare che all’interno di questo album siano presenti entrambe le cose. Il tentativo è stato quello di fondere e amalgamare episodi personali con l’elaborazione artistica nella maniera più naturale possibile. Spesso emozioni e sensazioni che possono sembrare esclusivamente personali sono in realtà molto più universali o condivisibili di quello che si può pensare. C’è solo paura e timore nell’esprimerle apertamente. Noi non temiamo di mostrare anche la nostra parte vulnerabile.

Nei vostri testi convivono rabbia, inquietudine e momenti più cupi, ma anche spiragli di altro. Come gestite questo contrasto nella scrittura?

Ci lasciamo guidare dai sentimenti che vogliamo trasmettere, costruendo riff, accompagnamenti, ritmiche e melodie che aiutino l’ascoltatore ad immedesimarsi in quelle emozioni che vorremmo trasmettere. Adottiamo perciò ritmiche, tensioni armoniche e arrangiamenti più serrati, aggressivi e cupi laddove vogliamo comunicare dolore, rabbia e inquietudine. Invece cerchiamo accompagnamenti più melodici e introspettivi quando vogliamo trasmettere sentimenti più positivi, di riflessione, speranza e rinascita.

Per “Portrait Of Our Descent” avete fatto una scelta produttiva molto precisa, puntando su un suono totalmente organico. Cosa vi ha spinto in questa direzione?

All’inizio del nostro percorso abbiamo dedicato molto tempo a conoscerci, a capire le nostre radici e a capire anche quale fosse la strada da poter percorrere assieme. Come diretta conseguenza, ci siamo posti il problema sul tipo di produzione e sul tipo di suoni che potessero appartenerci come gruppo. Viste anche le nostre influenze, eravamo certi di volere un sound diretto e naturale, che ci rappresentasse davvero, quindi non è mai stato di

nostro interesse seguire le ultime mode, anche in fatto di strumentazione e metodi di registrazione. Abbiamo dato priorità ai gusti personali e a ciò che ci rappresenta, lasciando che ognuno contribuisse con la propria sensibilità, con l’obiettivo ultimo di ottenere un suono onesto, figlio del lavoro che ogni componente ha fatto sul proprio strumento, nel bene e nel male, ma che comunque tendesse a privilegiare la naturalezza, senza l’ausilio di sample, amplificatori digitali e reamping. Abbiamo quindi optato per amplificatori valvolari e batterie acustiche microfonati in ambiente, in modo da ottenere un timbro analogico, dinamico, più umano. Inoltre, fermo restando l’aver impostato un certo livello qualitativo minimo accettabile, non ci siamo ostinati alla ricerca della take perfetta, evitando quindi i “copia e incolla” in post-produzione, che avrebbero snaturato la resa finale ed il concetto iniziale. Per raggiungere questi obiettivi ci siamo affidati a Riccardo Pasini dello Studio 73 di Ravenna. È stato per noi una sorta di quinto elemento. Visto il suo approccio professionale alla materia, ha capito immediatamente le nostre intenzioni e ci ha guidato in questo piccolo viaggio che è culminato con la nascita di “Portrait of Our Descent”.

Se doveste scegliere un brano dell’EP che secondo voi rappresenta meglio l’essenza degli Adeline Gray, quale sarebbe e per quale motivo?

Non è una scelta facile individuare un unico brano, siamo soddisfatti di quanto composto e prodotto. A nostro giudizio tutti i brani, a loro modo, hanno parti che ci rappresentano. Per questo motivo ne indichiamo due, “Cold Void” probabilmente per l’equilibrio che è stato raggiunto e “Falling Leaves” perché è il brano che rappresenta al meglio e più approfonditamente il dualismo della nostra musica.

Guardando al futuro, “Portrait Of Our Descent” è solo il primo capitolo di un percorso più ampio. Che direzione immaginate per l’evoluzione del vostro sound e del vostro immaginario?

Più volte ci siamo ripetuti che con questo lavoro abbiamo gettato le basi di quello che vuole essere il nostro sound e il nostro immaginario. Nel futuro cercheremo di migliorare, ampliare e, in sostanza, di raffinare il più possibile il nostro stile. L’intento è quello della crescita e del miglioramento, cercando di fare un passo avanti verso una consapevolezza di noi stessi ancora maggiore e delle nostre capacità.