EPTA7 nasce a Dublino nel 2012 come una band industrial metal, ma nel tempo il progetto si è evoluto parecchio, fino a unire musica, atmosfera e immaginario visivo in qualcosa di molto più ampio. Quando avete iniziato a capire che EPTA7 poteva andare oltre le singole canzoni e diventare un vero e proprio universo narrativo?
All’inizio, nel 2012, non credo avessimo davvero in mente di costruire un universo narrativo. EPTA7 nasceva prima di tutto come una band industrial metal e il nostro obiettivo era semplicemente scrivere musica che avesse una propria identità. Però già nei primi brani c’era qualcosa che andava oltre la componente puramente musicale: c’erano immagini, atmosfere, personaggi e soprattutto una certa attrazione per tutto ciò che è oscuro, disturbante o fuori dalla normalità.
Con il tempo ci siamo accorti che le canzoni, pur raccontando storie diverse, sembravano appartenere allo stesso luogo. Tornavano certe sensazioni, certi ambienti, la paura, l’alienazione, il grottesco, l’idea dell’essere umano che si trasforma o che viene percepito come diverso. È stato un processo abbastanza naturale, non qualcosa che abbiamo pianificato a tavolino.
La vera consapevolezza è arrivata soprattutto lavorando a Here Come the Freaks. A quel punto abbiamo capito che non volevamo semplicemente mettere insieme una serie di canzoni, ma costruire un mondo nel quale quelle canzoni potessero esistere. Anche la parte visiva è diventata sempre più importante: i video, le immagini e i personaggi non sono più soltanto un accompagnamento alla musica, ma un altro modo di raccontare lo stesso universo.
Oggi probabilmente pensiamo a EPTA7 più in questi termini che come a una band tradizionale. La musica rimane ovviamente il centro di tutto, ma intorno a essa cerchiamo di costruire un immaginario riconoscibile, quasi cinematografico, nel quale ogni brano rappresenta una storia diversa dello stesso mondo.
Dopo “Eptasystem” del 2014 EPTA7 è entrato in quello che definite un lungo periodo di “silenzio creativo”. In realtà, però, dietro le quinte le canzoni hanno continuato a evolversi e anche l’identità del progetto è cambiata parecchio. Cosa è successo artisticamente in quegli anni e quanto sono stati importanti per arrivare all’EPTA7 di oggi?
In realtà “silenzio creativo” è forse una definizione persino troppo elegante! [ride] Dopo Eptasystem EPTA7 si è sostanzialmente fermato. Le nostre vite avevano preso direzioni diverse, anche geograficamente, ed era diventato sempre più difficile mantenere attiva una band nel senso tradizionale del termine.
La cosa particolare, però, è che EPTA7 non è mai scomparso completamente. Il materiale era ancora lì: idee, registrazioni, parti di brani, atmosfere che avevamo iniziato a costruire e che, per un motivo o per un altro, non avevano mai trovato una forma definitiva. Ogni tanto tornavamo ad ascoltarle e c’era sempre la sensazione che quella storia non fosse realmente conclusa.
Paradossalmente, credo che tutti quegli anni di distanza siano stati importanti proprio perché quando abbiamo deciso di riprendere il progetto non avevamo alcun interesse a ricreare semplicemente gli EPTA7 del 2014. Nel frattempo erano cambiate le nostre vite, era cambiato il nostro modo di ascoltare e concepire la musica e, soprattutto, erano cambiate enormemente le possibilità tecnologiche a disposizione di una band indipendente.
Quando abbiamo rimesso mano al vecchio materiale, quindi, non abbiamo cercato di restaurarlo come se dovessimo conservarlo in una teca. Abbiamo iniziato a smontarlo, modificarlo, aggiungere nuove parti, elettronica, campionamenti e nuove atmosfere. Alcune idee sono rimaste sorprendentemente vicine alla loro origine, altre sono diventate quasi irriconoscibili.
Ed è probabilmente proprio lì che è nato l’EPTA7 di oggi: dall’incontro fra qualcosa che apparteneva al nostro passato e tutti gli strumenti, le esperienze e le ossessioni che abbiamo accumulato negli anni successivi. Here Come the Freaks, da questo punto di vista, non è stato semplicemente un ritorno dopo una lunga pausa. È stato il momento in cui abbiamo preso qualcosa che avevamo lasciato incompiuto e abbiamo deciso di farlo finalmente diventare ciò che, forse, non avevamo ancora i mezzi per immaginare nel 2014.
L’ingresso di Industrial Fog ha segnato un cambiamento importante nel sound di EPTA7. Cosa ha portato concretamente al progetto e, allo stesso tempo, quali elementi della vostra identità avete voluto mantenere intatti?
Industrial Fog è arrivato in un momento molto particolare, quando avevamo deciso di riaprire definitivamente il cassetto EPTA7 e capire cosa potesse diventare quel materiale dopo così tanti anni. Il suo contributo è stato importante soprattutto nel dare una nuova prospettiva a brani che, in alcuni casi, esistevano già da molto tempo.
Ha portato un approccio diverso alla produzione e all’elettronica e ci ha aiutato a spingere maggiormente su quella componente atmosferica e cinematografica che oggi associamo immediatamente a Here Come the Freaks. È stato un incontro tra materiale nato molti anni prima e una sensibilità più contemporanea, e credo che proprio questo contrasto abbia contribuito al carattere particolare del disco.
Allo stesso tempo, però, c’erano elementi che per noi non erano negoziabili. Dovevano rimanere la fisicità dell’industrial metal, i riff, il basso, la batteria, ma soprattutto quel senso di inquietudine e di straniamento che appartiene a EPTA7 fin dall’inizio. Non volevamo trasformare il progetto in qualcosa di completamente diverso: volevamo ampliare il suo linguaggio.
Industrial Fog non fa più parte della formazione attuale e oggi EPTA7 siamo io, Gianz Vukodlak, e Miss Grey. Ma credo sia giusto riconoscere che il suo passaggio ha lasciato una traccia importante in Here Come the Freaks e ha contribuito a quella fase di trasformazione del progetto.
Ora stiamo portando avanti quella ricerca in una direzione ancora diversa. Non vogliamo rimanere legati a una formula precisa, nemmeno a quella di Here Come the Freaks. Quello che cerchiamo di preservare non è tanto un determinato suono, quanto l’identità di EPTA7: oscurità, contaminazione, tensione, una certa dose di disagio e la sensazione che dietro ogni canzone ci sia sempre qualcosa che non va esattamente come dovrebbe. [ride]
Con “Here Come the Freaks” avete messo al centro il tema della paura, soprattutto quella che nasce dentro di noi: traumi, paranoia, isolamento, perdita di identità, ricordi e ossessioni. Queste paure, nel disco, prendono poi forma attraverso luoghi, creature e scenari horror e distopici. Come mai avete scelto proprio la paura come chiave per raccontare l’essere umano e quanto conta per voi trasformarla anche in immagini e atmosfere così riconoscibili?
La paura ci interessa perché probabilmente è una delle emozioni più universali che esistano, ma allo stesso tempo è estremamente personale. Tutti abbiamo paura, però non abbiamo paura delle stesse cose e soprattutto non reagiamo allo stesso modo. A volte ciò che ci spaventa non è nemmeno qualcosa di concreto: può essere un ricordo, un trauma, un’ossessione, la sensazione di non appartenere a un luogo o semplicemente qualcosa che continuiamo a portarci dentro senza riuscire a dargli un nome.
In Here Come the Freaks abbiamo cercato proprio di dare una forma a queste cose. Per questo nel disco compaiono fantasmi, assassini, stanze che sembrano vive, città congelate, creature e figure deformi. Ma l’horror, per noi, è soprattutto un linguaggio. Dietro il mostro quasi sempre c’è qualcosa di molto più umano.
The Walls Breathe, per esempio, nasce da una sensazione che mi accompagna fin dall’infanzia. Quando dormivo in alcune vecchie case dei miei nonni, mi capitava di fissare pareti, mobili e ombre fino al punto in cui sembravano assumere forme e quasi muoversi. È una sensazione infantile e irrazionale, ma che non ho mai dimenticato. Nel brano quella percezione viene esasperata fino a trasformare la stanza stessa in qualcosa di vivo e minaccioso. È esattamente il meccanismo che ci interessa: prendere qualcosa che esiste nella mente e renderlo fisico.
Anche il concetto di “freak” nasce da qui. Il freak non è necessariamente il mostro che vediamo davanti a noi. Può essere la persona che si sente diversa, isolata, fuori posto, oppure quella parte di noi stessi che preferiremmo nascondere perché non corrisponde a ciò che gli altri considerano normale. Da questo punto di vista, in qualche misura siamo tutti freaks.
Ed è anche il motivo per cui l’immaginario visivo è diventato così importante per EPTA7. Non ci basta dire che una persona è intrappolata nella propria paura: vogliamo vedere la stanza che si chiude intorno a lei. Non ci basta parlare di isolamento: vogliamo costruire una città nella quale quell’isolamento possa esistere fisicamente.
Credo che sia questa la relazione tra musica e immagini nel nostro mondo. Le immagini non servono semplicemente a rendere EPTA7 più “horror”; servono a trasformare emozioni invisibili in luoghi, personaggi e situazioni che possiamo vedere. E forse, quando una paura riesce ad assumere una forma, diventa anche un po’ più facile guardarla negli occhi.
Anche l’aspetto visivo ha un ruolo molto importante nel progetto. Video come “Fallen Gabriel” e “The Walls Breathe” trasformano i brani quasi in veri e propri cortometraggi. Quando nasce una canzone di EPTA7, pensate già fin dall’inizio anche a come potrebbe essere raccontata visivamente?
Non è sempre stato così. Molti dei brani di Here Come the Freaks hanno radici molto più vecchie rispetto alla dimensione visiva che EPTA7 ha oggi, quindi quando sono nate le prime idee musicali non stavamo necessariamente pensando a come trasformarle in immagini. È successo quasi il contrario: quando abbiamo ripreso quelle canzoni ci siamo accorti che contenevano già dei luoghi, dei personaggi e delle situazioni molto forti, e abbiamo iniziato a tirarli fuori.
Con Fallen Gabriel e soprattutto The Walls Breathe abbiamo capito quanto ci interessasse questa possibilità. A quel punto il videoclip ha smesso di essere semplicemente “il video della canzone” ed è diventato quasi una sua estensione. Ci piace molto l’idea del piccolo cortometraggio: anche senza la musica, idealmente, quelle immagini dovrebbero riuscire a suggerire che esiste una storia.
Oggi il processo è cambiato parecchio. Quando nasce un nuovo brano, molto spesso cominciamo quasi immediatamente a immaginarne anche il mondo visivo. A volte è un luogo, altre volte un personaggio, un colore, una situazione o anche soltanto un’inquadratura. Non significa che abbiamo già il videoclip completo nella testa mentre scriviamo, ma musica e immagini stanno diventando sempre meno separabili nel nostro modo di concepire EPTA7.
In questo la tecnologia ci ha dato possibilità che nel 2012 semplicemente non avevamo. Utilizziamo anche strumenti di intelligenza artificiale nella produzione visiva e sonora, ma per noi è importante chiarire cosa significa: non chiediamo a un’AI di inventare EPTA7 al posto nostro. Concept, storyboard, personaggi, ambientazioni e direzione artistica partono da noi, e poi utilizziamo diversi strumenti per riuscire a trasformarli in qualcosa di concreto. È un processo che richiede moltissime prove, correzioni e spesso anche parecchie discussioni sui dettagli.
Forse la frase che riassume meglio il nostro approccio è quella che utilizziamo spesso: noi siamo la mente, l’AI è il braccio. Per una realtà indipendente come la nostra significa poter mettere in scena mondi che fino a pochi anni fa sarebbero stati semplicemente fuori dalla nostra portata economica e produttiva.
E credo che da questo punto di vista EPTA7 stia ancora evolvendo. Oggi non pensiamo più soltanto “che suono deve avere questa canzone?”, ma anche “dove sta succedendo?”, “chi c’è dentro?”, “che cosa vediamo?”. Quando iniziamo a farci queste domande, probabilmente il confine tra canzone e piccolo film diventa molto sottile.
Ma ora arriviamo a “Schengen Reloaded”. Qui la paura resta il filo conduttore, però cambia completamente il punto di vista: se “Here Come the Freaks” guarda dentro l’individuo, il nuovo album guarda fuori, verso il mondo che ci circonda. Quando avete capito che volevate portare EPTA7 proprio in questa direzione?
Credo che l’idea sia nata quasi naturalmente mentre stavamo completando Here Come the Freaks. A un certo punto ci siamo resi conto che avevamo passato un intero album a guardare dentro l’essere umano: traumi, paranoia, isolamento, ossessioni, perdita di identità. E ci siamo chiesti quale potesse essere il passo successivo senza limitarci a ripetere lo stesso disco.
La risposta è stata quasi immediata: se Here Come the Freaks guarda dentro di noi, Schengen Reloaded guarda fuori dalla finestra. E, sinceramente, quello che si vede fuori dalla finestra oggi non è necessariamente meno inquietante. [ride]
Ci siamo accorti che molte delle paure che ci accompagnano non nascono più soltanto dalla nostra esperienza individuale. Guerre, pandemie, cambiamento climatico, populismi, estremismi, tecnologia, disinformazione, la sensazione di essere continuamente osservati, classificati e indirizzati dagli algoritmi: sono paure che condividiamo con milioni di altre persone e che fanno ormai parte della nostra quotidianità.
Da lì è nata l’idea di mantenere la paura come filo conduttore, ma di capovolgerne la prospettiva. Nel primo album il mondo esterno spesso era una proiezione della mente dei personaggi; in Schengen Reloaded è il mondo stesso a diventare la fonte della paura.
Anche per questo il nuovo disco ha assunto progressivamente una dimensione più europea. Viviamo in un continente che per molti anni ha costruito parte della propria identità sull’idea di apertura, movimento e progressiva eliminazione delle barriere, mentre oggi vediamo riemergere confini, divisioni, populismi e nuove forme di contrapposizione. Per noi era un terreno narrativo potentissimo.
Non volevamo però realizzare un disco politico nel senso tradizionale del termine, né tantomeno dire alle persone cosa devono pensare. Quello che ci interessa è prendere la realtà e passarla attraverso il filtro deformante di EPTA7. Esattamente come in Here Come the Freaks trasformavamo un trauma in un mostro o una paranoia in una stanza che respira, questa volta trasformiamo le paure collettive in scenari, personaggi e situazioni distopiche.
In questo senso Schengen Reloaded è contemporaneamente una continuazione e un ribaltamento di Here Come the Freaks: la paura è sempre lì, ma questa volta il mostro potrebbe non essere dentro di noi. Potrebbe essere appena fuori dalla porta.
Il nuovo album affronta paure molto collettive e attuali: guerra, pandemie, cambiamento climatico, populismo, estremismo, tecnologia, algoritmi e disinformazione. Come fate a trasformare temi così reali e vicini alla nostra quotidianità nell’universo distopico di EPTA7, senza trasformare il disco in un commento politico diretto?
Il punto per noi è proprio evitare di trasformare le canzoni in editoriali o comizi. I temi sono politici e sociali, sarebbe artificiale negarlo, ma EPTA7 non nasce per spiegare alle persone cosa devono pensare. Ci interessa molto di più raccontare la sensazione che quei fenomeni producono: paura, rabbia, disorientamento, polarizzazione, perdita di fiducia e la percezione che qualcosa che consideravamo stabile possa improvvisamente non esserlo più.
Per questo utilizziamo lo stesso meccanismo narrativo di Here Come the Freaks: prendiamo qualcosa di reale e lo deformiamo fino a farlo entrare nel nostro universo. Una guerra può diventare un paesaggio che si sgretola, la propaganda può trasformare le persone in zombie, un algoritmo può diventare una presenza invisibile che osserva e indirizza, il cambiamento climatico può assumere la forma di un ambiente che diventa ostile all’uomo.
Naturalmente abbiamo un punto di vista. Credo che sarebbe poco credibile parlare di populismo, estremismo, guerra, propaganda o disinformazione fingendo di essere completamente neutrali. Ma avere un punto di vista è diverso dal voler consegnare all’ascoltatore una risposta già pronta.
Preferiamo lasciare che siano le storie, le immagini e soprattutto le conseguenze a parlare. L’horror e la distopia ci permettono proprio questo: prendere fenomeni molto vicini alla cronaca e spostarli di qualche centimetro dalla realtà, abbastanza da poterli osservare da una prospettiva diversa.
In fondo Schengen Reloaded non vuole essere un manuale politico. È un disco sulla paura collettiva e sul mondo che la produce. EPTA7 prende quelle paure, le esaspera, le trasforma in immagini e poi lascia all’ascoltatore la parte più importante: decidere cosa vede dentro quelle immagini.
Il titolo “Schengen Reloaded” usa “Schengen” quasi come simbolo di un’Europa che aveva immaginato un futuro fatto di apertura, movimento e meno confini, mentre oggi sembrano tornare divisioni, paure e nuove barriere. Che significato ha per voi oggi il concetto di “confine”, anche andando oltre quello geografico?
Per noi il concetto di confine è qualcosa di molto concreto, non soltanto un’idea astratta utilizzata per costruire il concept del disco. EPTA7 nasce a Dublino, ha radici italiane e oggi noi viviamo in Spagna. In qualche modo la nostra storia personale e quella della band sono sempre state fatte di spostamenti, incontri e contaminazioni tra luoghi diversi.
Forse il modo più semplice per dirlo è questo: l’Europa è casa nostra. Non perché la consideriamo un luogo perfetto o perché vogliamo trasformare EPTA7 in un progetto politico, ma perché è lo spazio nel quale abbiamo vissuto, lavorato, creato musica e costruito una parte importante delle nostre vite. Italia, Irlanda e oggi Spagna non sono per noi realtà separate: sono tutte parti della stessa storia.
È anche per questo che queste tematiche sono entrate naturalmente in Schengen Reloaded. Quando parliamo di confini, libertà di movimento, nuove divisioni o paura di ciò che viene da fuori, non stiamo scegliendo semplicemente degli argomenti perché sono attuali. Stiamo parlando di qualcosa che sentiamo vicino e che riguarda direttamente il mondo nel quale viviamo.
“Schengen”, da questo punto di vista, ci sembrava un simbolo molto potente. È l’idea di un confine che continua a esistere, ma che non deve necessariamente trasformarsi in una barriera. E oggi, mentre vediamo riemergere divisioni, populismi, nazionalismi e nuove contrapposizioni, inevitabilmente ci chiediamo cosa significhi ancora quell’idea.
Ma nel disco il confine non è soltanto geografico. Esistono confini culturali, sociali, economici e persino digitali. Possiamo attraversare fisicamente mezza Europa quasi senza accorgerci di aver superato una frontiera e, contemporaneamente, vivere dentro bolle costruite dagli algoritmi che ci separano da persone, idee e punti di vista differenti dai nostri.
Ed è forse proprio questo uno dei paradossi che ci interessa di più: abbiamo abbattuto molti confini visibili mentre, allo stesso tempo, rischiamo di costruirne altri molto meno evidenti.
Per questo Schengen Reloaded non vuole essere un manifesto sull’Europa. È piuttosto il nostro modo di raccontare qualcosa che ci riguarda personalmente. L’Europa è casa nostra, e quando qualcosa cambia dentro casa tua è inevitabile che tu senta il bisogno di parlarne.
“Zombies of the Third Millennium” rappresenta molto bene il ponte tra i due album: mantiene l’immaginario horror e grottesco di “Here Come the Freaks”, ma questa volta gli zombie diventano una metafora dell’uomo contemporaneo, immerso nella tecnologia e nell’informazione continua. Quanto vi interessa esplorare attraverso questo brano il rischio di perdere progressivamente la nostra individualità?
In realtà il cuore di Zombies of the Third Millennium è soprattutto la propaganda e il modo in cui può progressivamente allontanare le persone dal pensiero critico. La tecnologia e l’informazione continua fanno parte dello scenario, naturalmente, ma non sono il vero bersaglio della canzone. Sono piuttosto alcuni dei mezzi attraverso i quali oggi un messaggio può essere ripetuto, amplificato e diffuso con una velocità enorme.
Gli zombie del brano sono persone che progressivamente smettono di mettere in discussione ciò che ricevono. Ascoltano, assorbono, ripetono. Ed è proprio questo che rende lo zombie una metafora così efficace: non ha più una volontà realmente autonoma, segue il gruppo e si muove nella stessa direzione degli altri.
La propaganda ovviamente non è nata con Internet. Esiste da sempre ed è stata utilizzata nelle epoche e nei sistemi politici più diversi. Quello che è cambiato oggi è la quantità di informazioni alla quale siamo esposti e soprattutto la velocità con cui un messaggio può raggiungere milioni di persone. Se poi quel messaggio viene ripetuto continuamente, semplificato e costruito facendo leva sulla paura, sulla rabbia o sulla necessità di individuare un nemico, il rischio è che a un certo punto smettiamo di chiederci se sia vero e iniziamo semplicemente a ripeterlo.
Ed è questa perdita del dubbio che ci interessa particolarmente. Per noi il pensiero critico non significa necessariamente avere una determinata opinione: significa conservare la capacità di mettere in discussione anche ciò in cui crediamo, verificare quello che ci viene raccontato e accettare che la realtà possa essere molto più complessa di uno slogan.
Per questo Zombies of the Third Millennium rappresenta bene il passaggio tra i due album. Conserva volutamente l’immaginario horror e grottesco di Here Come the Freaks, ma dietro gli zombie c’è già una delle paure collettive di Schengen Reloaded: una società nella quale propaganda, polarizzazione e ripetizione continua dei messaggi possono progressivamente sostituire il pensiero individuale.
E non vogliamo nemmeno raccontare gli zombie come se fossero sempre “gli altri”. Nessuno è completamente immune alla propaganda, proprio perché tende a funzionare meglio quando conferma qualcosa che vogliamo già credere. Probabilmente la difesa più importante è continuare a dubitare, anche delle nostre stesse convinzioni.
In questo senso, la perdita dell’individualità raccontata nel brano non significa diventare tutti uguali. Significa qualcosa che per noi è ancora più inquietante: smettere di pensare con la propria testa senza nemmeno accorgersi di averlo fatto.
Musicalmente avete anticipato che “Schengen Reloaded” resterà nel territorio industrial/dark alternative di EPTA7, ma sarà ancora più legato all’elettronica, alla contaminazione e alle atmosfere cinematografiche. Quanto sarà diverso da “Here Come the Freaks” e cosa resterà invece immediatamente riconoscibile del sound di EPTA7?
Schengen Reloaded sarà sicuramente riconoscibile come un disco degli EPTA7, ma musicalmente sarà anche un passo abbastanza deciso rispetto a Here Come the Freaks. La differenza più evidente, probabilmente, è che sarà più pesante e più aggressivo.
La matrice industrial e dark alternative rimane, così come l’elettronica e tutta la componente atmosferica e cinematografica, ma questa volta abbiamo spinto molto di più sull’impatto. Ci sono riff più pesanti, ritmiche più violente e alcuni momenti che arrivano ad avvicinarsi al deathcore. Non direi che EPTA7 sia diventato improvvisamente un progetto deathcore, perché sarebbe una definizione troppo limitante, ma sicuramente quel linguaggio è entrato maggiormente nel nostro modo di costruire alcuni brani.
La cosa interessante è che questo aumento della pesantezza convive con una presenza ancora maggiore dell’elettronica. Non vediamo le due cose come opposte: ci interessa proprio il contrasto tra la componente più brutale e fisica della musica e quella più artificiale, fredda e disturbante fatta di elettronica, campionamenti, rumori e manipolazioni sonore.
Credo che questa evoluzione sia legata anche al concept. Here Come the Freaks raccontava soprattutto paure interiori e aveva quindi molti momenti più claustrofobici, psicologici e quasi onirici. Schengen Reloaded guarda invece verso l’esterno: guerre, propaganda, populismi, estremismi, pandemie, crisi climatica, tecnologia e disinformazione. È un mondo più grande, più caotico e soprattutto più violento, e ci è sembrato naturale che anche la musica diventasse più violenta.
Ci sarà comunque molta contaminazione. Non vogliamo che ogni brano segua la stessa formula: alcuni saranno decisamente più pesanti, altri più elettronici, altri ancora più atmosferici e cinematografici. Per noi il genere rimane uno strumento, non una gabbia.
Quello che resterà immediatamente riconoscibile credo sia soprattutto il modo in cui EPTA7 costruisce le atmosfere: la tensione, il senso di inquietudine, i campionamenti, l’alternanza tra elementi organici e artificiali e quella sensazione che dietro ogni canzone ci sia sempre una scena, un luogo o una storia.
Forse Here Come the Freaks è stato il disco con cui abbiamo riscoperto cosa poteva essere EPTA7 dopo tanti anni. Con Schengen Reloaded, invece, partiamo da quella consapevolezza e cerchiamo deliberatamente di spingerci più lontano, sia nella pesantezza sia nella contaminazione.
Se alla fine qualcuno ci definirà industrial metal, dark alternative, electronic metal o sentirà persino del deathcore, per noi va benissimo. Non ci interessa troppo stabilire dove finisca un genere e ne inizi un altro. L’importante è che, dopo pochi secondi, possa comunque dire: “Questo suona come EPTA7.”