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INTERVISTA A AZRAËL

La storia degli Azraël comincia alla fine del 1988 con un annuncio lasciato da Alessandro “Ale” Arbocò nei negozi di dischi tra Genova e Recco. Com’era cercare altri musicisti con cui condividere la stessa visione in un’epoca in cui non esistevano social network e piattaforme online? E cosa ricordate della nascita della band?

Bisogna proprio tornare indietro con la testa. Nel 1988, se volevi trovare gente con cui suonare, avevi due possibilità: il passaparola o un foglio di carta. Ale Arbocò ha scelto il foglio di carta. Lo ha scritto a mano e lo ha attaccato nei negozi di dischi tra Genova e Recco, sperando che il negoziante non lo togliesse prima che qualcuno lo leggesse. E funzionava, per certi versi meglio di adesso: chi rispondeva a un biglietto del genere era uno che in quei negozi ci passava i pomeriggi e aveva già in casa i dischi giusti. Non c’era bisogno di spiegargli niente.

Della nascita della band ricordiamo soprattutto che non c’era nessun piano. Volevamo suonare heavy metal, scrivere qualcosa di nostro e salire su un palco. Il resto, sinceramente, non ce lo chiedevamo. E ad Ale lo diciamo sempre: la colpa è tutta sua.

Nei primi anni ’90 avete iniziato a farvi le ossa sui palchi liguri, alternando brani originali a cover di Iron Maiden, Metallica e Crimson Glory. Che tipo di realtà musicale era quella ligure in quegli anni e quanto quelle esperienze dal vivo hanno contribuito a formare l’identità degli Azraël?

La Liguria di allora era una scena piccola, ci si conosceva tutti, e i posti dove suonare non erano tanti. Si andava dove ti facevano suonare, spesso in locali che con il metal c’entravano poco, e si portava tutto in macchina, casse comprese. Le cover di Maiden, Metallica e Crimson Glory sono state la nostra scuola. Prova a fare un pezzo dei Crimson Glory davanti a gente che lo sa a memoria: o lo fai bene o te lo dicono in faccia. Però poi, quando presentavi un pezzo tuo, quella stessa gente ti ascoltava con un’attenzione diversa.

Se oggi gli Azraël hanno un’identità, viene da lì. Da quelle serate abbiamo imparato due cose che valgono ancora: un pezzo deve funzionare dal vivo, altrimenti non lo teniamo; e la nostra strada era quella, heavy metal classico, anche mentre intorno cambiava tutto. Non l’abbiamo mai messo in discussione. Nemmeno adesso.

Nel corso di quella prima fase sono passati dagli Azraël diversi musicisti, tra cui Alessandro Mortola, Marcello Cesarini e Andrea “Andy” Lijoi. Cosa portava ciascuno di loro all’interno della band e come si è evoluto il vostro modo di comporre e suonare durante quegli anni?

Alessandro Mortola aveva la testa da matematico e la usava sulla batteria: ogni pattern misurato, ogni entrata al suo posto. Con uno così dietro non puoi tirare a campare, e ci ha fatto crescere tutti. Marcello Cesarini è di quelli che in pochissimo tempo fanno il salto che altri fanno in anni: la sua chitarra è decollata sotto i nostri occhi. Andy, invece, è arrivato dalla Val Polcevera con una manciata di riff nuovi di zecca, e con lui i pezzi originali hanno preso sempre più spazio nel set.

Il modo di comporre è cambiato piano piano. All’inizio, diciamolo, si copiavano i dischi che amavamo, come fanno tutti. Poi si è cominciato a costruire qualcosa che avesse quelle fondamenta ma la nostra faccia. Il modo di suonare invece è rimasto quello: ruvido, un po’ incosciente, con la voglia di spaccare tutto. Quella parte non l’abbiamo voluta perdere.

Dalla vostra storia si capisce che intorno agli Azraël c’era anche un bel gruppo di amici, tra concerti, backstage e serate passate insieme. Che atmosfera si respirava in quegli anni e quanto contava per voi avere intorno persone che condividevano davvero quella passione per la musica?

Era una famiglia allargata, non c’è un modo migliore per dirlo. Il giro di amici non era “il pubblico”: erano quelli che ti aiutavano a scaricare, che si mettevano al mixer se il fonico non c’era, che finivano sotto il palco a urlare i ritornelli. Manuela Nattino è l’esempio più bello, con lei abbiamo diviso un sacco di serate. E in generale chiunque ci girasse intorno prima o poi ha dato una mano a qualcosa.

Contava tutto, e lo diciamo senza retorica. Fare heavy metal in Liguria in quegli anni non ti rendeva esattamente popolare. Se non hai intorno gente che ci crede quanto te, dopo sei mesi molli. Se la band è arrivata fino al 1994 è per quella rete lì. E non è un caso che, quando abbiamo ricominciato, siamo ripartiti dagli amici di sempre.

Nel 1994 gli Azraël si fermano e si chiude così la prima fase della band. Come avete vissuto quel momento e cosa ha significato per voi mettere in pausa un progetto che portavate avanti da diversi anni?

Senza accorgercene, che è il modo peggiore. Non c’è stato un litigio, non c’è stata una decisione presa a tavolino. La vita ha cominciato a tirare ognuno da una parte diversa e a un certo punto la sala prove è rimasta vuota. Ale, Alessandro Mortola e Andy hanno provato ad andare avanti per un po’ con un progetto strumentale, dove alla chitarra c’era un giovanissimo Pier Gonella. Poi, all’inizio del 1995, Andy ha dovuto lasciare la musica per motivi di salute, e lì si è chiuso davvero tutto.

Cosa ha significato lo abbiamo capito solo con gli anni. Lì per lì sembrava una pausa, di quelle che poi finiscono chissà quando. Trent’anni dopo possiamo dire una cosa sola: quei pezzi non se ne sono mai andati. Sono rimasti lì ad aspettare, e a un certo punto o li tiri fuori o te li porti dietro per sempre.

Dopo un’interruzione così lunga, cosa ha fatto capire che era arrivato davvero il momento di riportare in vita gli Azraël? E cosa significava riprendere in mano un progetto nato quasi quarant’anni prima?

Non c’è stato un momento preciso, c’è stato Edoardo. Circa tre anni fa Edoardo Napoli, che era fermo da parecchio e aveva di nuovo voglia di suonare, ha provato a mettere in piedi una band. Il primo tentativo è saltato per questioni pratiche, e a quel punto la cosa più naturale è stata tirare fuori il materiale vecchio e portarlo ad Andy, che in quel momento era libero. La prima formazione di questa seconda vita aveva Francesco Schenone alla batteria e Ivano Lavezzini alle tastiere, e a loro va un abbraccio vero.

L’idea di riprendere proprio il nome Azraël è venuta strada facendo. Andy ha cominciato a rimettere sul tavolo il vecchio repertorio accanto ai pezzi nuovi e ci siamo accorti che stavano bene insieme, che non c’era stacco. A quel punto chiamarci in un altro modo sarebbe stato quasi disonesto.

Riprendere in mano un progetto nato quasi quarant’anni fa un po’ di paura la mette, se dobbiamo essere sinceri. Non vogliamo fare il tributo agli Azraël di allora, e non vogliamo nemmeno usare il nome come una bandiera. Abbiamo solo preso quell’idea, che nel frattempo non è invecchiata, e la suoniamo con le mani e le teste che abbiamo oggi. Se ci riusciamo lo giudica chi ascolta.

La formazione attuale è composta da sei elementi ed è costruita attorno ad Andy Lijoi, che rappresenta il filo conduttore tra la storia degli Azraël di allora e quella di oggi. Come avete costruito questa nuova formazione e come siete riusciti a far convivere l’identità storica della band con l’apporto dei nuovi membri?

Senza nessuna strategia, come succede alle band vere. Con Federico, Gianluca e Mik c’erano amicizie che venivano da lontano: è stato solo questione di alzare il telefono. Daniele invece è stato un colpo di fortuna. L’abbiamo visto suonare dal vivo, ci siamo guardati e abbiamo pensato “è lui”. Siamo andati a parlargli a fine concerto. Dopo un altro cambio siamo arrivati a questi sei, e ce li teniamo stretti.

Far convivere la storia con i nuovi è stato più facile di quel che sembra, e il motivo è semplice: Andy non è arrivato in sala con un manuale, è arrivato con i pezzi. E i pezzi dicevano già tutto. Chi è entrato dopo si è messo al servizio di quelle canzoni e in cambio le ha riempite con quello che sa fare. Nessuno tira la coperta dalla sua parte. Con sei persone in una stanza o funziona così o non arrivi alla seconda prova.

Il 1° maggio 2026 avete pubblicato il vostro primo EP, “Clockwork Abyss”, preceduto il 24 aprile dal singolo “Chinatown”. Dopo una storia iniziata nel 1988, che significato ha avuto arrivare alla pubblicazione del primo lavoro ufficiale degli Azraël?

Ci ha fatto uno strano effetto, a dirla tutta. Nella prima vita della band un lavoro ufficiale non è mai arrivato, quindi Clockwork Abyss è la prima volta in assoluto in cui il nome Azraël finisce su un disco con una copertina, una data e cinque pezzi che chiunque, ovunque, può ascoltare. Il primo maggio 2026 abbiamo chiuso una parentesi aperta trentotto anni prima. Fa impressione anche solo scriverlo.

La copertina dice molto: una clessidra piena di teschi, con il tempo che scende. Non è pessimismo, è realismo. Il tempo passa per tutti e noi abbiamo scelto di usarne un pezzo per questo. Quando Chinatown è uscita il 24 aprile e hanno cominciato ad arrivare le prime risposte da posti dove nessuno di noi ha mai messo piede, ci siamo detti che quel biglietto attaccato in un negozio di dischi aveva fatto più strada di quanto Ale potesse immaginare.

“Clockwork Abyss” contiene cinque brani ed è stato scritto, registrato, mixato e masterizzato interamente dalla band. Perché avete scelto di occuparvi autonomamente di tutto il processo e quanto era importante per voi mantenere il pieno controllo sul risultato finale?

Un po’ per necessità e un po’ per testardaggine. La necessità è che una band come la nostra non ha budget da studio, e ce lo diciamo serenamente. La testardaggine è che avevamo in casa Edoardo, che di mestiere fa il fonico, e non aveva molto senso portare i pezzi fuori quando registrazione, mix e master potevamo farli da noi, con calma, senza guardare l’orologio. Tutto l’EP è passato dalle sue mani, e sarà così anche per Black Latitude, l’album a cui stiamo lavorando adesso.

Avere il controllo totale ci ha permesso di fare cose che in uno studio a ore non ci saremmo mai potuti permettere. La batteria, per dirne una, l’abbiamo ripresa alla vecchia maniera: diciassette microfoni messi in fase uno per uno, niente trigger, niente campioni al posto del kit. Il rovescio della medaglia è che se qualcosa non ti piace non hai nessuno con cui prendertela. Ma preferiamo un disco con i nostri difetti a uno con i pregi di qualcun altro.

Nella vostra bio dite apertamente di sapere da dove venite e di voler rimescolare sonorità familiari nel modo più onesto possibile, senza pretendere di inventare qualcosa di nuovo. Oggi, nel 2026, cosa significa per voi essere gli Azraël e cosa volete che trovi nella vostra musica chi vi scopre per la prima volta con “Clockwork Abyss”?

Vuol dire sapere di non aver inventato niente, e non vergognarsene. I dischi da cui veniamo li conoscono tutti, e non facciamo finta di niente. Quello che proviamo a fare è rimescolare quelle carte nel modo più onesto che conosciamo e suonarle come se ci credessimo davvero, perché ci crediamo. Nel 2026 essere gli Azraël significa questo: niente nostalgia da museo, niente operazione anni ’80 costruita a tavolino, solo sei persone che suonano la musica che avrebbero voluto sentire allora e che hanno ancora voglia di sentire adesso.

A chi ci scopre con Clockwork Abyss chiediamo una cosa sola: ascoltarlo come si ascoltavano i dischi una volta, dall’inizio alla fine, a un volume che dia fastidio ai vicini. Se alla fine di No More Time viene voglia di rimetterlo da capo, abbiamo fatto il nostro. Se poi c’è curiosità di sentire come suonano quei pezzi dal vivo, il 12 settembre siamo al Suspiria Metal Fest di San Colombano Certenoli. Ci vediamo sotto al palco.