Come è nata l’idea di formare gli Hatred Fields nel 2017? Qual è stata la tua motivazione principale?
Ho fondato gli Hatred Fields in seguito alla mia uscita dai “Totem and Taboo”, band thrash metal in cui suonavo il basso. Una serie di delusioni legate alla musica e vicende interpersonali mi ha portato a definire la mia mente come un campo pieno d’odio, così scelsi il nome ‘Hatred Fields’ (appunto, campi dell’odio) con l’intento di sfogare e raccontare tutto quello che avevo dentro attraverso la mia musica.
Puoi raccontare la storia dei cambiamenti di formazione e come questi hanno influenzato lo sviluppo della band?
Inizialmente, e stranamente, mi viene da dire, ero riuscito a trovare subito tutti i componenti quindi la line-up fu subito completata. Dopo alcuni mesi di prove e di composizione, purtroppo mi resi conto che la cosa non funzionava. Non c’era chimica fra di noi, ciò mi portò in un periodo di scoraggiamento e non era facile continuare la composizione senza un grosso stimolo di base, per cui il lavoro che stavo facendo per aiutarmi ad uscire da un momento non facile della mia vita mi stava a dire il vero creando altra insoddisfazione.
Cosa ti ha spinto a cambiare completamente rotta per gli Hatred Fields dopo le prime registrazioni demo?
A quel punto decidemmo comunque di provare a registrare qualcosa, un Ep contenente 3 pezzi che si sarebbe dovuto chiamare ‘Nothing you made’. Il risultato non mi soddisfò affatto, sono una persona piena di ambizione quindi non mi sarei mai accontentato di un risultato ‘Ni’. Purtroppo, la musica risentiva del fatto che non si era creato un gran feeling fra di noi.
Ho quindi preso la decisione di prendere una pausa e cambiare rotta al progetto, ripartendo da solo.
In che modo questa trasformazione si riflette nella musica e nei testi della band?
Effettivamente, la scelta che presi, insieme a vicissitudini personali pesanti mi portarono ad una crescita personale e compositiva, notevole. Per quanto riguarda i testi tutto ciò non ha influito granché, non ho nessun tipo di risentimento su com’erano andate le cose, semplicemente non aveva funzionato e l’ho accettato.
Come è avvenuto l’incontro con il cantante attuale, Lino Larocca, e come ha influenzato il suono complessivo della band?
L’incontro con Lino è avvenuto in un modo veramente casuale. Misi un annuncio su Instagram per la ricerca di un cantante, un amico in comune che abbiamo mi ha risposto all’annuncio facendomi il suo nome e che sicuramente sarebbe stato interessato al progetto. Così è stato! Lino è rimasto subito affascinato dal progetto e mi ha subito trasmesso un sacco di energia positiva, ero sicuro fin dall’inizio che la cosa questa volta avrebbe funzionato. Infatti, abbiamo iniziato a provare i nuovi pezzi e sperimentare insieme. La sua voce è completamente diversa da come mi sarei immaginato il cantato sul mio disco, ciò ha dato un sacco di ispirazione riguardo la strada definitiva da intraprendere, senza porre grossi limiti anche perché la sua voce è estremamente versatile, oltre ad avere un livello tecnico veramente elevato.
In che modo Lino ha contribuito alla scrittura del vostro primo album, “THE VOYAGE”?
Diciamo che quando abbiamo iniziato a lavorare insieme il disco era già quasi completo, avevo già abbozzato i testi ed insieme li abbiamo completati per poi registrare la pre-produzione dell’album. Il vero lavoro d’insieme si sentirà sicuramente di più a partire dal 2° disco.
Puoi approfondire il tema centrale di “THE VOYAGE” e come è stato affrontato nei testi dell’album?
“THE VOYAGE” È un album che ha come main concept Il viaggio che percorriamo fra la vita e la morte, ma non inteso solo come “trapasso” fra vita e morte, ma anche come viaggio che percorriamo lungo la vita stessa, e quello che, ipoteticamente, percorreremo nella morte. Ho anche fantasticato molto sull’ “after life” narrando di alcune mie interpretazioni su quest’argomento e su cosa mi immagino.
Quali sono le diverse prospettive e chiavi di lettura che avete voluto esplorare attraverso le canzoni?
Come detto sopra, mi sono dedicato ad affrontare il tema della vita e della morte sotto diversi punti di vista, ad esempio, la opener “Waves of Tears”, è una riflessione sulla vita e i suoi demoni portandoti a volte a voler volare via da tutto quanto, sentendosi intrappolati dentro sé stessi. Questa è molto introspettiva, invece la titletrack “The Voyage”, è il racconto di un uomo che si rende conto di essere arrivato alla fine della sua esistenza e si ritrova in un viaggio mistico “I’m so near to the stars that I thought I could touch them” (per citare una strofa). Convinto di essere in viaggio tra la vita e morte, per rendersi poi conto di essere solo protagonista del suo ultimo sogno, ritrovandosi solo nell’oscurità e spegnendosi pian piano. “And now, the darkness around, a cold emptiness I feel. And now, the darkness around, leading to the eternal sleep.”.
Giusto per citare qualcosa.
Come è nata la collaborazione con Federico Leone e Luca Marmi come session drummer e session al basso?
Di comune accordo io e Lino abbiamo deciso di non trovare componenti fissi ma di lavorare con musicisti “Session”. Ho sempre stimato tantissimo Federico come batterista, è veramente un mostro e penso che in Italia abbiamo veramente pochi artisti al suo livello. Così gli ho chiesto se potesse essere interessato a lavorare con noi, e registrare le batterie del disco. Siamo stati veramente onorati di lavorare con lui, e che sul nostro album ci sia il suo nome dietro alle pelli per me è veramente tanta roba. Per quanto riguarda il basso, conoscevo già Luca da tantissimi anni e l’ho contattato perché sapevo benissimo che lui sarebbe stato in grado di interpretare il basso nei pezzi come lo intendevo io. E così è stato, pochi altri avrebbero fatto un lavoro così.
In che modo la presenza di musicisti di sessione ha arricchito il processo creativo durante la registrazione di “THE VOYAGE”?
Parto del presupposto che, i pezzi non li abbiamo mai provati insieme, Luca e Fede hanno registrato le loro rispettive parti solo su una pre-produzione di chitarra che avevo fatto io, il resto è venuto da sé. Il risultato che ne è uscito mi ha sorpreso alquanto, avevo un’aspettativa altissima ma è stata superata di gran lunga. Quando siamo andati ad aggiungere anche le voci nell’insieme, è uscito tutto quanto perfetto e penso che un livello di “feeling” così alto si faccia fatica a trovare anche se si suona insieme da 10 anni. Quindi per rispondere alla domanda, penso che la maggior parte del risultato che abbiamo ottenuto sia dovuto alla loro interpretazione, ero molto contento dei pezzi che avevo scritto, ma con il loro tocco sono diventati veramente un’altra cosa.
Puoi condividere l’esperienza di registrazione, mixaggio e mastering di “THE VOYAGE” interamente presso il vostro studio, il “Mannaia Records”?
Lino è un grandissimo sound engineer, ha tanta esperienza e ha studiato tantissimo; infatti, siamo riusciti a fare un lavoro veramente soddisfacente, era il suono a cui volevamo arrivare e non è poco. Abbiamo lavorato tantissimo investendo veramente una grossa quantità di tempo.
Quali sfide avete affrontato durante questo processo e come avete superato eventuali ostacoli?
Ci siamo trovati davanti ad un grosso dubbio al momento della registrazione delle chitarre: non sapevamo dove posizionare testata e cassa per le prese. L’unico ambiente che più somigliava ad una cabina per la registrazione era … il bagno. Quindi sì, abbiamo adattato la stanza e registrato le chitarre posizionando la strumentazione nel bagno dello studio. Il risultato non è stato affatto male devo dire.
Questo a parte, abbiamo dovuto sperimentare molto e provare tantissime situazioni ma è filato tutto abbastanza liscio, è una grossa soddisfazione per noi aver fatto l’intero lavoro in autonomia.
Puoi anticipare qualcosa riguardo al significato dietro il prossimo singolo, “A Cage of Flesh and Bones”?
“We all live in a cage of flesh and bones.
So leave your shell and let your essence fly away.
Lost in the silence of the pain,
That was just a cage of flesh and bones”.
Ti spoilero il ritornello. Il significato principale è che c’è dell’altro in noi oltre che la nostra “gabbia di pelle ed ossa”, soprattutto quando voliamo via. Quello che mi sono immaginato scrivendo questo testo è un’anima che viene accompagnata da una figura nera, nonché narratrice diretta del testo, e la sprona a farsi scivolare via “…Into the mysteries of this world”.
Questo singolo come si collega al tema generale di “THE VOYAGE”?
Gira sempre attorno, al vivere, al morire, alla domanda se “C’è qualcosa oltre l’orizzonte?” insomma… domande che ci poniamo tutti i giorni e che difficilmente troveranno mai vera risposta. Mi sono “divertito” a scrivere di questo tema senza filtri, immaginando le storie di queste fantomatiche anime che lasciano il nostro mondo, è un tema che mi affascina.
Con l’uscita di “THE VOYAGE” prevista per aprile, quali sono i vostri piani per portare l’album live e su quali luoghi vorreste concentrarvi in particolare?
Cercheremo di portare il nostro disco Live il più possibile, con tutte le difficoltà del caso. Non è facilissimo per una band emergente come siamo noi trovare spazi. Ma, nonostante ciò, si muovono delle cose interessanti, le prime date arriveranno ad aprile. Vogliamo girare l’Italia in primis, ma ambiamo a portare a conoscere “The Voyage” anche oltre confine, non ci poniamo nessun limite.
Ci sono progetti o obiettivi specifici che la band vuole raggiungere nel prossimo futuro?
Il nostro progetto principale è portare live “The Voyage” con una scenografia adeguata inerente alla tematica del disco, ci stiamo lavorando. Vogliamo offrire uno show interessante sotto tutti i punti di vista, facendo sì che chi viene ad assistere ad un nostro concerto si porti via qualcosa.
Inizieremo presto a lavorare a nuovo materiale, contiamo di far uscire il prossimo disco non più tardi di 2 anni da questo.
Grazie per aver partecipato all’intervista, non vediamo l’ora di ascoltare le vostre nuove uscite!